Appunti:

La vita è strana, spesso essa diventa un intreccio di situazioni inaspettate che ci porta laddove non avremmo mai pensato di andare… portandoci ad eccellere o a fallire con la medesima facilità. Un uomo scaltro e furbo si fa spesso dei nemici, oggi come nel passato, e quando un uomo ha dei nemici è sempre in pericolo. Un giovane uomo di nome Pedro de Heredia aveva molti nemici e quando alcuni di questi lo aggredirono fisicamente (subì la frattura del naso) decise di vendicarsi violentemente… andando decisamente oltre uccidendo tre dei suoi aggressori. Le autorità del suo paese, la Spagna, cercarono di arrestarlo e così lui fece l’unica cosa possibile a quei tempi: scappò nelle Americhe, passando dall’isola di Hispaniola per arrivare infine a Santa Marta, nell’odierna Colombia.

Nelle Americhe Pedro si arricchì molto, ingannando gli indigeni scambiando con loro oggetti di poco valore con moltissimo oro. Tornato in Spagna coperto di ricchezza riuscì a farsi nominare governatore dell’estuario del Rio Magdalena, con il permesso di fondare una città. Non male per uno che era dovuto fuggire braccato dalla legge… Nel 1532 Pedro tornò nelle Americhe ed individuò il luogo più idoneo per fondare la sua città e fu così che nella baia di Calamar venne fondata Cartagena de Indias, il porto più importante della moderna Colombia.

Nella spasmodica ricerca di ricchezze Pedro attaccò diverse popolazioni indigene, come i pacifici Sinù e si diresse all’interno dell’attuale dipartimento di Antioquia (la regione di Medellin) per trovare delle miniere d’oro… ma invano. Il suo comportamento crudele e violento gli valsero un’accusa ufficiale di torture ed assassinio, ma venne perdonato dal Re al suo rientro in Spagna.

Tornato a Cartagena Pedro riprese la sua politica aggressiva nei confronti degli indigeni… di nuovo venne accusato (con ben 289 capi d’imputazione) e venne incarcerato per essere processato. Riuscì a scappare e si imbarcò su una nave diretta in Spagna, con l’idea di appellarsi di nuovo alla clemenza del re. Questa volta non ebbe fortuna, in quanto la nave su cui era imbarcato fece naufragio vicino alle coste spagnole, a Tarifa, e lui annegò… pagando infine le sue colpe. Era il 1554.

Appunti: Il tramonto dell’Occidente

Oswald Spengler. Filosofo, storico, visionario, pioniere. In soli 56 anni di vita è riuscito a cogliere non solo l’essenza decadente della sua epoca, ma anche di quella immediatamente successiva (i tempi nostri, per intenderci). Lo ricordiamo principalmente per la sua opera massima “Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte“(Il tramonto dell’Occidente). Le tesi di Spengler sono semplici e non richiedono particolari fondamenti di filosofia per essere capite, non parla un linguaggio per pochi eletti, ma esprime concetti che allora parevano visionari, ma che oggi sono tristemente attuali.

L’uscita del primo volume è datata 1918, il secondo volume uscì solo nel 1922.

L’analisi di Spengler parte dal presupposto che ogni civiltà della storia abbia attraversato un normale ciclo vitale di nascita, crescita, maturità ed infine decadenza, come un qualsiasi organismo vivente. In lui è molto forte il rifiuto per la modernità e per il materialismo della società Europea del suo tempo, così come dimostra un certo sospetto nei confronti delle nuove forme politiche di quegli anni anche se più nei conforti della democrazia che del socialismo. La sua preoccupazione riguarda principalmente la caduta dei valori spirituali dell’Occidente, senza i quali il futuro dell’Europa sarebbe stato preda di politiche insensate e sarebbe giunto all’auto-annientamento. Inutile dire che già a suo tempo egli venne profondamente criticato per le sue tesi, ma vale la pena affrontare ed approfondire la natura del suo lavoro, partendo magari da una citazione alquanto stimolante tratta dalla sua opera:

“Di tali tramonti, quello dai tratti più distinti, il «tramonto del mondo antico», lo abbiamo dinanzi agli occhi, mentre già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio, il «tramonto dell’Occidente.”

In un’epoca di materialismo, di profonda crisi, di mancanza di spiritualismo varrebbe la pena rileggere Spengler e poi andarsi a leggere la lista dei suoi detrattori, scoprendo nome per nome alcuni pilastri su cui abbiamo costruito il nostro Occidente moderno, oggi così in crisi, oggi così fragile.

Appunti: Santuario della Madonna di Senales

Se mi dovessero chiedere quale è il mio ricordo principale della Val Senales in Alto Adige direi sicuramente la neve! Del resto un bambino delle elementari è per forza più attratto dal bianco fenomeno atmosferico che da una serie di visite guidate tra musei e luoghi di culto. Quando arrivai in Val Senales dovevo avere intorno ai 7-8 anni. Era quasi primavera… o meglio… era quasi primavera nella pianura emiliana, ma non in quelle valli a 1500 mt d’altezza. Quella era una delle prime volte che andavo in Trentino-Alto Adige, non conoscevo molto al di fuori della mia regione e anche lì in fondo conoscevo davvero poco. In quella gita parrocchiale ci si concentrava molto sull’Alto-Adige, solo qualche anno dopo saremmo andati a vedere per bene in Trentino. Il programma del giorno prevedeva un giro per alcuni santuari più o meno sperduti e la visita in paesi caratteristici della zona, tipo Merano… dove non mancammo di scontrarci con la “simpatia” altoatesina nei confronti degli Italiani.

Una delle prima tappe di giornata doveva essere il Santuario della Madonna di Senales. Un luogo di culto molto suggestivo edificato a partire dal 1306. Il tutto cominciò con il ritrovamento nel 1304 di una statua di faggio della Madonna con bambino, non si sapeva chi l’avesse abbandonata lì, ma sta di fatto che due anni dopo fu edificata una prima chiesetta in suo onore. Nei decenni successivi ci furono piccoli ampliamenti, ma il luogo divenne famoso per i miracoli che vi avvenivano già intorno al 1360. Si susseguono altri ampliamenti che mischiano lo stile romanico a quello gotico e poi al barocco. La struttura esterna venne terminata col campanile a “cipolla” nel 1797 e un secolo dopo la chiesa venne completamente decorata al suo interno colle rappresentazioni di diversi santi.

Quando uscimmo dall’albergo il cielo era bianco, quasi fastidioso alla vista. Era un cielo che prometteva neve e ne prometteva anche tanta. Non ci mise molto a scendere una fitta neve che rendeva difficile la vista nell’arco di pochi metri, sembrava quasi di essere nel più riuscito dei Natali! Certo alla gioia di un bambino per la neve face da contrappeso la paura degli adulti per la situazione atmosferica proibitiva. A cucci e spintoni e con un certo ritardo arrivammo a Senales. Il paese, quasi completamente di lingua tedesca, si trova molto a nord, non troppo distante sa Similaun e dal confine austriaco. Nelle vicinanze c’è anche il lago di Vernago, dove poi saremmo andati a mangiare quel giorno. Ad ogni modo quando arrivammo a Senales la neve smise di cadere e il paesaggio assunse un aspetto vagamente spettrale. Il cielo era sempre bianco, così come bianco era il paesaggio tutto intorno a noi. In giro non c’era anima viva, esclusi noi della gita, sembrava un paese fantasma. E c’era silenzio… troppo silenzio. C’era talmente tanto silenzio che ci veniva spontaneo parlare a voce bassa per non disturbarlo. La neve a terra era bianchissima, non come quella sporchiccia che si trovava nelle strade di Bologna. Doveva essere freddo perchè ad ogni respiro emettevamo una nube di aria calda, ma sulla pelle non sembrava così tremenda la temperatura. Tutto quel quadro di sensazioni messe insieme mi faceva pensare di essere in un’età antica, forse proprio nel Medioevo. Eravamo saliti sul pullman nel 1990 e ne eravamo scesi nel 1300.

Visitammo il Santuario e la bellissima chiesa, il tutto in rigoroso silenzio. Accompagnati da un frate spuntato da non si bene quale secolo della storia dell’umanità. Ci raccontò la storia di quel posto, ci mostrò tutti i luoghi più significativi e la statua della Madonna con bambino, così semplice e povera. All’uscita della chiesa ci ritrovammo di nuovo in mezzo alla neve. Il mio primo istinto fu quello di prendere un poco di neve e di mangiarmela! Non che sapesse di qualcosa in particolare, ma lì in quel momento sembrava dovesse essere la cosa più buona del mondo. Tornammo al pullman, ma sembrava che a tutti dispiacesse staccarsi da quel posto, come se ci fosse una sorta di richiamo ancestrale in quella valle. Era indubbiamente un luogo magico e questo fece passare in secondo piano tutto il resto della giornata.

Appunti: The Mission (1986, Roland Joffé)

È più giusto servire Dio nella preghiera ed accettare mansuetamente le brutalità del mondo che ci circonda nella speranza della vita ultraterrena o è più giusto servire Dio sia nella preghiera che nella lotta (eventualmente violenta) contro le ingiustizie del mondo? Questa resta decisamente una bella domanda a cui è difficile dare una risposta su due piedi ed è la domanda che sorge spontanea in questo capolavoro della cinematografia. È un film amaro, a tratti poetico ed a tratti straziante. E’ un film in cui in pochi possono dire di fare una bella figura.

Siamo in Sud America agli inizi del ‘700 e la storia si svolge nei territori tra gli odierni Brasile, Argentina e Paraguay, dove si trovava il confine tra i territori spagnoli e quelli portoghesi. Si parla di Indios, di mercanti di schiavi, di Gesuiti, di politici dalle pance piene e di ecclesiasti in parte impotenti ed in parte complici. Ci sono tutti gli ingredienti per un dramma, ma il dramma vero è che tutto è ispirato da fatti realmente accaduti.

I veri protagonisti del film sono appunto gli Indios e i pochi padri Gesuiti che cercano di convertirli e di tenerli lontani dai mercanti di schiavi. La semplicità e la linearità dei nativi americani fa da contraltare alla mentalità ottusa ed opportunista degli Europei accecati dall’avidità. È un mondo crudele dove non c’è scampo per i sentimenti puri, dove a nulla valgono i tentativi di dimostrare che anche gli Indios sono esseri umani, dove la loro attinenza al canto ed alla musica viene addirittura derisa… è il mondo reale in cui le storie possono anche avere una fine amara… molto amara. E qui si torna alla domanda iniziale, come si serve meglio Dio?

N.B. i Gesuiti della storia appartengono al primo ordine gesuita, che poco ha a che spartire con quello attuale, se non il nome.

Appunti: Nephilim

In principio erano i giganti. Ci sono molte leggende che parlano della presenza di giganti sulla terra, sembra che nella memoria di molte antiche popolazioni ritorni spesso questo mito. Sempre che di mito si tratti perché, diciamocelo, quando la memoria collettiva è pressoché univoca in ogni angolo del globo allora siamo di fronte a qualcosa che va oltre la semplice leggenda. Ovviamente si può raccontare tutto ed il contrario di tutto, soprattutto quando la scienza ufficiale non ci fornisce nessuna prova concreta in merito. Speculiamo? Sempre.

Perché spesso la verità è davanti ai nostri occhi, laddove i luminari spengono volutamente la luce.

In principio erano i giganti. Ma secondo alcune teorie non si tratterebbe del “principio” bensì della “fine”. Noi siamo un nuovo “principio” che è seguito ai giganti, quando anche noi ci faremo giganti allora sarà la nostra “fine” … e ad essa seguirà un nuovo “principio”.

Conosciamo tutti l’episodio di Davide che sconfigge il gigante Golia, campione dei Filistei. Ed è proprio la Bibbia a darci alcune preziose informazioni sulla presenza dei giganti sulla terra, ovviamente inquadrandoli nel più vasto campo della teologia ebraica. Si parla quindi dei Nephilim, presenti nella Torah ed in diversi altri scritti sia giudaici che cristiani. Il termine viene utilizzato per indicare ad esempio i giganti che abitavano la terra di Canaan (Numeri 13:33). Questo popolo di giganti avrebbe avuto origine dall’incrocio tra i “figli del vero Dio” (parte degli angeli che si ribellarono insieme a Lucifero, i caduti) e le “figlie degli uomini”. I giganti nascerebbero quindi da un atto di perversione, almeno secondo la concezione ebraica dell’universo.

La caduta di Lucifero

Il termine Nephilim e la sua origine hanno dato il via ad una serie di dibattiti sia nel mondo antico che in quello contemporaneo. Il nocciolo della questione ruota tutto intorno alla traduzione ed all’origine aramaica della parola. Si va da chi vuole vedere a tutti i costi l’origine extraterrestre dell’umanità a chi vorrebbe preservare il senso spirituale della lotta tra il bene ed il male. Ad ogni modo possiamo prendere per buono questo presupposto: i giganti hanno avuto origine dai “caduti”, dai “precipitati”, che poi fossero angeli o alieni non sta a noi deciderlo in questa sede.

La stessa idea che degli esseri di origine divina, ancorché rinnegati, potessero essersi accoppiati con gli esseri umani ha suscitato da sempre forti dissensi all’interno delle comunità cristiane. Nei secoli si è giunti a riconoscere i “figli del vero Dio” come i figli di Set, mentre i “figli degli uomini” sarebbero i discendenti di Caino. Nessuna origine angelica. Per altri ancora i Nephilim sarebbero i figli di persone possedute dal demonio, degli indemoniati piuttosto che degli angeli caduti.

Chi erano dunque i Nephilim? Erano gli ultimi appartenenti ad una razza di ominidi (neandertaliani) poi soppiantata con successo dall’Homo Sapiens? Erano forse degli esseri venuti dal cielo come tanti speculatori vorrebbero? Erano gli ultimi superstiti di Atlantide (altra ipotesi molto in voga in certi ambienti)?

Personalmente credo che la visione teosofica, in merito ai cicli dell’universo, sia quella che più si avvicina alla reale spiegazione della presenza dei Nephilim sulla terra. I giganti erano tra noi, i giganti eravamo noi ed i giganti saremo noi. Leggere e scoprire il mondo degli antichi è un mestiere arduo perché richiede un’apertura mentale tale da non escludere nulla a priori. Non ci interessa quello che “dice la scienza”, ci interessa quello che non vuole dire e che non può dire. Senza scadere nella faciloneria dell’alieno a tutti i costi.

La verità non è al di fuori della terra, bensì al suo interno.

Appunti: Lesotho

La terra del popolo che parla Sotho (Lesotho) abitata appunto da coloro che parlano Sotho (Basotho) è un piccolo stato indipendente che costituisce un’enclave all’interno del Sudafrica. I Basotho in realtà occuparono questi territori all’inizio del ‘800 spostandosi dalla loro terra d’origine principalmente a causa dell’espansionismo del regno degli Zulu. L’estrema compattezza etnica permise a questa piccola enclave di mantenere una sostanziale indipendenza amministrativa nei confronti del Sudafrica già in tempi coloniali, nonostante facesse parte del Dominion del Sudafrica. La colonizzazione inglese cessò dopo la Seconda Guerra Mondiale e il Lesotho divenne indipendente alla fine 1966, entrando comunque a far parte del Commonwealth.

L’indipendenza, come spesso è accaduto nella storia delle varie nazioni africane, portò con se una forte instabilità politica dovuta ai ripetuti contrasti tra la Monarchia e le forze armate. Il re del Lesotho e suo padre prima di lui subirono diversi colpi di stato, tra l’altro alternandosi al potere tra il 1990 e il 1996. Questa instabilità politica con tutta probabilità venne favorita dell’ingombrante vicino sudafricano, in tutta risposta al fatto che in Lesotho avevano sede le basi armate del ANC di Mandela.

Il Lesotho resta un paese molto sfortunato sotto diversi punti di vista. La prima statistica che balza agli occhi è quella che riguarda il contagio da HIV che coinvolge un terzo della popolazione (stiamo parlando di oltre 700.000 individui su una popolazione di poco più di 2.100.000). L’economia del paese stenta a decollare e si basa quasi esclusivamente sull’estrazione dei diamanti, mentre il terreno coltivabile rappresenta un’inezia in termini percentuali: appena il 10%. La presenza di immensi parchi naturali e di bellezze naturali tra le più apprezzate d’Africa sta portando un discreto indotto di turismo negli ultimi anni. Ma in ogni caso quasi la metà della popolazione vive con meno di 40 dollari al mese; la mortalità infantile è altissima (7,9%) e la speranza di vita media è di appena 52 anni.

Appunti: La morte di Luigi XVI

Immaginate una piazza gremita di persone urlanti. Immaginate una piazza davvero grande, se siete mai passati per Parigi forse avrete visto Place de la Concorde e ne avrete apprezzato la grandezza degli spazi oltre che la bellezza. Siamo nel 1793 e questa piazza è diventata un luogo simbolo della rivoluzione francese, vi si eseguono infatti le condanne a morte a mezzo ghigliottina. La rivoluzione francese si è trasformata in un bagno di sangue e sembra non bastare mai all’esagitato popolo parigino, bisogna abbattere i nemici della rivoluzione ovunque essi siano e la caccia al controrivoluzionario è serrata, ma non si è ancora arrivati al regime del “terrore” che inizierà nel Luglio dello stesso anno.

Il 21 Gennaio 1793 sale sul patibolo un uomo non comune. Non è il solito nobile monarchico inviso al popolo o l’ennesimo reazionario, no, questa volta si tratta di un pesce grosso, del pesce più grosso di tutti: Sua Maestà di Francia Re Luigi XVI. Il re è stato processato e condannato a morte per tradimento nei confronti della rivoluzione, il re ha cospirato con i nobili monarchici ed i nemici stranieri per riprendere il controllo della nazione. Il re è chiaramente colpevole, lo sa bene lui e lo sanno benissimo i suoi accusatori, non c’è modo di evitare la pena di morte, anche se le forze politiche più moderate vorrebbero evitare di compiere un atto che potrebbe rivelarsi controproducente per la causa rivoluzionaria: l’uccisione del re causerebbe l’intervento armato straniero e questo lo sanno tutti.

Ma il re viene condannato lo stesso.

Con grande dignità sale al patibolo e negli ultimi istanti trova anche il coraggio di rivolgersi al popolo accorso per gioire della sua morte. Non ha parole di rabbia o di vendetta, di fatto si augura che tutto questo non abbia a ricadere sulle spalle della Francia. Detto questo il re viene preparato ed infine la condanna è eseguita. Il popolo festeggia, balla e canta come ad una festa paesana, sono tutti euforici come se finalmente fosse finito un incubo… ma in realtà l’incubo deve ancora cominciare. A breve le potenze straniere scateneranno la guerra contro la Francia, nei territori della Vandea inizierà la rivolta della fazione monarchica (qui la rivoluzione si manifesterà in tutta la sua cieca violenza sterminatrice) e presto si apriranno le porte al regime del “terrore”.

Appunti: Rasputin il mistico

Il mondo di inizio ‘900 non era molto diverso da quello attuale, per carità la scienza ha fatto passi da gigante e sono cambiate tante “esteriorità”, ma l’uomo è rimasto lo stesso animale avido di potere e incuriosito sino allo spasmo dai poteri occulti. Oggi come allora i potenti della terra aderiscono alle più sparute sette occulte, si combattono tra loro talvolta apertamente talvolta spiritualmente, si potrebbe pensare ad un immenso teatro dei burattini e forse proprio di questo si tratta. Il nemico che perde non ha quasi mai l’onore delle armi bensì lo schiaffo finale della propaganda, non c’è dignità nella sconfitta e il perdente viene investito di tutte le demonizzazioni possibili immaginabili, basti pensare a qualche dittatore africano accusato di cannibalismo o a dittatori accusati di possedere armi di distruzione di massa inesistenti. L’importante è denigrare e sconfiggere perchè come diceva Joseph Gobbels (un maestro dell’arte della propaganda): ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.

Cosa c’entra questo discorso con Rasputin? Oh, c’entra eccome. Su questo singolare uomo se ne sono dette di tutti i colori nel corso dei decenni, sia quando era in vita che a maggior ragione dopo la sua morte. Rasputin è stato vittima e artefice al tempo stesso del suo potere e della sua personalità, era un uomo del suo tempo capace di cogliere le occasioni quando gli si presentavano, ma era anche un uomo pericoloso per i suoi poteri e le sue idee. Rasputin era di umilissime origini contadine, veniva dalla Siberia Occidentale e per una parte della sua vita aveva condotto la vita tipica di quelle parti: lavoro nei campi, devozione a Dio, un matrimonio e sette figli molti dei quali morti ancora in fasce. Tutto nella norma per la vita agricola di fine ‘800. Rasputin aveva una spiritualità molto più sviluppata degli altri, talvolta arrivava quasi al fanatismo, e riuscì anche a fare un pellegrinaggio al santuario del monte Athos in Grecia. Questo contadino siberiano sembrava avere particolari poteri taumaturgici (che comunque non gli permisero di salvare la vita a quattro dei suoi sette figli) e proprio per questo motivo entrò in contatto con la corte reale e con la Zarina Aleksandra Fedorovna Romanova.

Il 1905 è l’anno in cui Rasputin entrò a corte per seguire principalmente la malattia del principe ereditario affetto da emofilia. Già allora il suo ingresso nell’alta società russa venne visto con diffidenza da chi si cimentava nei giochi di potere ai danni dello Zar: alcuni lo accusarono di far parte della setta orgiastico-pagana Chlysty. L’unico dato certo è che in un qualche modo il principe ereditario stava meglio quando era seguito dal contadino siberiano rispetto a quando era seguito da medici… soprattutto perché i medici di corte curavano l’emofilia in maniera completamente errata! I presunti poteri di Rasputin lo portarono a diventare un fedele amico della famiglia dello Zar tanto da diventare un punto di riferimento per molti altri nobili. In breve Rasputin divenne un uomo di potere e sfruttò questa sua posizione per far pervenire le richieste di molti popolani ai nobili di competenza, riuscendo spesso ad accontentare la povera gente. Questo suo intrallazzare giorno e notte (spostando anche interessanti somme di denaro) non passava di certo osservato e in molti vedevano nella presenza del monaco una possibilità in più per dare una spallata alla traballante dinastia Romanov. La Russia di quegli anni era la Russia pre-rivoluzionaria scossa da tumulti sociali, da una modernizzazione che stentava a decollare e pronta a gettarsi nel baratro della Prima Guerra Mondiale… in molti desideravano il potere dello Zar e in altrettanti tramavano per deporlo. Rasputin faceva da cartina tornasole di questa delicata situazione: era oggetto costante di attacchi da parte di molti potenti, era accusato di intrattenere rapporti intimi con molte nobildonne, la polizia compilava fascicoli interi sulle sue attività orgiastiche e sul giro di soldi che gestiva. Più erano frequenti gli attacchi più la famiglia dello Zar si stringeva a difesa intorno al mistico. Molti giornali anti-zaristi sguazzavano nel propagandare notizie scandalose su Rasputin.

Col tempo Rasputin non si limitò a consigliare la vita spirituale della famiglia reale, ma cominciò anche a dispensare consigli di carattere politico. Questo fu l’inizio della sua fine. Rasputin era terrorizzato all’idea che nel 1914 potesse scoppiare un conflitto tra le potenze europee e cercò di convincere lo Zar a non scontrarsi contro il Kaiser nella speranza che si trovasse una via diplomatica alle tensioni di quei mesi concitati. Ma il ministro della guerra riuscì a convincere lo Zar a dichiarare la mobilitazione totale trascinando la Russia nella Prima Guerra Mondiale. Rasputin non rimase a guardare e denunciò pubblicamente le collusioni tra molti ministri ed i trafficanti di armi. La situazione però era estremamente delicata. Mentre lo Zar era al fronte a gestire la guerra era la Zarina a dover gestire il governo e la politica e il suo consigliere Rasputin non era certo un uomo esperto in grado di gestire la complessità della situazione sociale russa. I consigli del mistico portarono ad un susseguirsi di crisi di governo che non fecero altro che peggiorare la situazione russa e un gruppo di nobili decise di porre fine alla sua vita.

Feliks Feliksovič Jusupov

Era il il 17 Dicembre del 1916. A casa del principe Jusupov (principale congiurato) si tenne una cena durante la quale Rasputin fu avvelenato col cianuro, il veleno però non sorbì l’effetto sperato e quindi i congiurati colpirono il mistico con ben tre colpi di pistola (l’ultimo alla fronte) e lo gettarono nel fiume Moika dal quale venne ripescato il suo cadavere il giorno successivo. La storia di Rasputin terminava in maniera tragica, ma la storia dell’aristocrazia russa (congiurata e non) e della famiglia dello Zar doveva terminare in maniera ancora più drammatica di lì a poco

Appunti: Stripped (Depeche Mode, 1986)

Estate 2000… prima serata di una giornata qualunque. Una lieve brezza rende il caldo più sopportabile, ma non cambia la sostanza umida della giornata… sotto i portici si respira a malapena, ma almeno si respira. Cammino senza una meta precisa, solo per muovermi un poco e fumare qualche sigaretta in tranquillità. È un’estate di passaggio… tra un anno scolastico e l’altro, tra la minore e la maggiore età imminente. Stanno per arrivare diversi cambiamenti nella mia vita, ma non ho ancora la percezione di nessuno di questi… e del resto come potrei? Nell’ultimo anno ho divorato, non letteralmente, tutta la discografia dei Depeche Mode, facendoli diventare uno due gruppi principali di quell’età di passaggio, dove ho mischiato davvero di tutto, anche al di fuori della musica.

La tenuta da camminata serale è semplice. Scarpe da ginnastica, pantaloncini, maglietta di Marilyn Manson, zainetto con annesso lettore cd e musica a tutto volume. Con ovviamente un raccoglitore di cd con 20 possibilità tra cui scegliere, ma di queste la metà sono cd dei Depeche Mode per l’appunto.

Le luci vagamente medievali della città rendono Bologna ancora più mistica, in giro c’è poca gente e quella che c’è è accaldata quanto me. Non sono ancora un animale da pub, ma ho già una buona dose di misantropia che mi porta a girare in tutti gli angoli più vuoti della mia città… ma gli angoli più vuoti lo sono per un motivo… sono quelli più umidi. In un vortice dubbioso di pessimismo e fastidio mi fermo e cambio il cd che sto ascoltando. Metto su Black Celebration, album del 1986… avevo quasi quattro anni allora, poco male. Le tonalità cupe si sposano perfettamente con una certa inquietudine che mi accompagna. Manca qualcosa in quella mia vita di adolescente… qualcosa che sarebbe arrivato appena tre mesi dopo, ma chi poteva saperlo in quel momento?

Cammino e passa una traccia del cd dopo l’altra. Ed ecco che parte la traccia numero 7, mentre io sbuco da qualche parte in via Farini. La luce particolare di quel momento, l’aria estiva che inizia a prendere una parvenza di eternità, il sapore dell’ennesima sigaretta in bocca vanno a creare un’immagine indelebile… una diapositiva che raccoglie in sé tutto quello che mi circonda: la mia vita, Bologna, le sensazioni di quegli anni… la stessa nostalgia eterna che mi riporta verso la mia città in estate. La traccia numero 7 è per l’appunto Stripped, uscita come singolo il 10 febbraio 1986. Ma suona fresca (e cupa) come se non avesse più che qualche mese. È nuova, moderna, viva, graffiante, bruciante… è un taglio che non si può rimarginare. E che in effetti non si rimarginerà più.

È una canzone del luogo e del momento… ascoltata al di fuori della città non produce altro che nostalgia della medesima… la sua aria, la sua atmosfera, non è estendibile ad altri luoghi della terra. È di fatto la canzone di Bologna. Anzi di più… è la canzone di Bologna in estate. Anzi di più… è la canzone delle sere d’estate a Bologna. Eterna come solo le notti di Bologna sanno esserlo.

Appunti: Orleans

Le cose che ci colpiscono durante un viaggio possono essere le più disparate, si può passare dal grande monumento conosciuto in tutto il mondo al piccolo e semplice particolare che attira la nostra attenzione senza particolari meriti di sorta, quello che conta il più delle volte è il tempo, il momento della giornata o magari la particolare luce di un luogo in una determinata ora… diciamo quindi l’immagine impressa che ci resta nella memoria come un’eterna cartolina, questa fotografia destinata a non sbiadire può nascere col primo impatto, ma può anche vedere la luce durante una successiva visita del posto. La Francia è un paese con moltissime cose da vedere, ma quale paese non lo è? E come ogni nazione ha dei luoghi capaci di richiamare un numero maggiore di turisti per la loro bellezza o semplicemente per un richiamo storico ed artistico di qualche tipo.

Orleans non è una cittadina con dei grandi meriti appariscenti, ma resta una città di fondamentale importanza per tutta la Francia dal momento che è la città il cui nome è legato alle gesta di Giovanna d’ Arco, santa patrona e liberatrice del paese dalle mani degli Inglesi e dei loro alleati. La città sorge nel dipartimento Loiret, attraversato dal fiume Loira e disseminato di tutti quei famosissimi “castelli della Loira” che attraggono ogni anno un sacco di turisti da tutto il mondo. E’ grande un quinto di Bologna e ospita neanche un terzo degli abitanti della medesima; non ci vuole molto a girarla tutta, ma in poco tempo è in grado di rapire la mente con la sua architettura squisitamente francese e il suo essere un borgo legato al passato con tutte le comodità della vita moderna. E’ una città a misura d’uomo in tutto e per tutto.

Personalmente ciò che amo di più di Orleans è la sua cattedrale gotica, la chiesa originaria era del III secolo, ma nel corso dei secoli venne più volte distrutta. Quella che vediamo oggi è una ricostruzione terminata nel XVIII secolo, dopo gli atti distruttivi del 1568 ad opera dei Protestanti. E’ un edificio che spicca molto all’interno della piccola città, dal momento che ha due alte torri di 80 metri e raggiunge il punto più alto oltre i 110 metri! Ci si arriva da una serie di strade di case abbastanza basse che raramente superano il secondo piano, ma dal momento che si tratta di strade non troppo grandi non ci si accorge immediatamente dell’imponenza della cattedrale, anzi il più delle volte ce la si ritrova davanti senza neppure sapere il come ed il perché. Il primo gesto spontaneo è quello di guardare in alto, di cercare di capire fin dove arrivano quelle torri (le torri di Notre Dame a Parigi per esempio sono più basse di almeno 10 metri) e non è così facile staccare lo sguardo anche se è per proseguire nella visita all’interno… c’è un qualcosa di estremamente potente in quella visione dal basso, un qualcosa che ti fa sentire estremamente e volutamente piccolo rispetto a tutto quello che sta al di sopra, quasi a ricordarti che la grandezza vera non è di questo mondo.

Se capitate da quelle parti (120 km a sud Parigi) vi consiglio di farci un salto, tanto in un giorno si gira tutta tranquillamente e vale la pena restare un pò sotto quella cattedrale a riflettere…

Appunti: Trento

Il mio primo incontro con Trento avvenne nel lontano 1992 in una giornata particolarmente spettrale, il tempo era pessimo, il cielo era a tratti nero a tratti grigio e minacciava pioggia, chiudevano in bellezza una serie di fulmini che continuavano a cadere sulla Paganella e sulle altre montagne: non era proprio la giornata adatta ad una gita di piacere. In realtà mi trovavo lì perché stavo partecipando ad una gita di due giorni coi miei nonni paterni e altre famiglie della loro parrocchia, per me era una consuetudine in quegli anni aggregarmi a queste gite in giro per l’Italia, erano i primi veri passi che muovevo ad di fuori di Bologna senza la presenza dei genitori.

L’impatto spettrale con Trento mi è rimasto marchiato nella mente come se si trattasse di una cartolina, ancora oggi quando penso a quella città ho in mente la prima cosa che colpì la mia ingenua curiosità: il Mausoleo di Cesare Battisti sul Doss Trento (in origine Monte Verruca). Premesso che allora non sapevo neppure chi fosse Cesare Battisti, quello che mi colpì fu la struttura neoclassica del monumento perché a guardarlo così, sotto la luce di quella mattinata, riusciva a trasportarti in un epoca lontana e sostanzialmente indefinita; ero arrivato a Trento nel 1992 e mi ritrovavo a Trento in centinaia di anni diversi raccolti tutti negli stessi istanti.

Il Mausoleo di Cesare Battisti

La visita della città non prevedeva per noi la visita del Doss Trento, ma solo quella della parte “bassa”, dove non mancavano di certo i monumenti e le cose caratteristiche da vedere, ma per quella giornata la mia fantasia era stata già fatta totalmente prigioniera dal Mausoleo e dal cielo minaccioso. Ricordo però che rimasi stupito nel vedere la Fontana del Nettuno nella Piazza del Duomo e dall’alto dei miei nove anni mi arrabbiai non poco pensando che i Tridentini avessero rubato alla mia città l’idea di una statua dedicata al dio del mare (ad onor del vero la fontana di Bologna è del 1565 e quella di Trento è del 1769). Il Castello del Buonconsiglio imparai ad apprezzarlo solo molti anni dopo tornando a Trento in giornate decisamente solari.

Come città ha il grande pregio di essere costruita a misura d’uomo, non presenta una popolazione eccessiva e non ha richiesto una urbanizzazione folle, questo rende ancora più armoniosa la sua vista dall’alto: guardare Trento appoggiata all’Adige fa pensare ad un bambino appoggiato al seno della madre.

Curiosità frivola: Trento è gemellata con la città di Praga.

Curiosità storica: Trento ospitò il famoso Concilio tra il 1545 e il 1563, quello che diede alla luce la Controriforma in reazione alle dottrine della Riforma protestante.

Appunti: C’è vita nella nostra galassia?

Una domanda che da sempre viaggia a braccetto con l’esplorazione spaziale è: siamo soli nell’universo?

Considerata la grandezza dell’universo tutto è difficile che la razza umana sia l’unica forma di vita senziente rintracciabile, ma le distanze tra i pianeti, tra i sistemi solari e tra le galassie sono tali da non permetterci, ad oggi, di dare una risposta certa a questa domanda. Difficilmente siamo soli, ma ancor più difficilmente potremo entrare in comunicazione con altri. Stimolante e triste al contempo. Ma forse anche rassicurante… gli esseri umani non sono di certo pacifici e potrebbero sempre incontrare qualcuno meno pacifico di loro.

La comunità scientifica si interroga e negli anni ha provato ad elaborare modelli di calcolo più o meno complessi per determinare matematicamente quello che non può essere riscontrato fisicamente. Un esempio fulgido ne è l’equazione di Drake, formulata nel 1961 dall’astronomo e astrofisico statunitense Frank Drake, ed è usata nei campi dell’esobiologia e della ricerca di forme di vita intelligente extraterrestri (Search for Extra-Terrestrial Intelligence, SETI). La formula è questa:

N = R* x Fp x Ne x Fl x Fi x Fc x L

dove N è il numero di civiltà extraterrestri presenti oggi nella nostra Galassia con le quali si può pensare di stabilire una comunicazione derivante da:

R* è il tasso medio annuo con cui si formano nuove stelle nella Via Lattea;
Fp è la frazione di stelle che possiedono pianeti;
Ne è il numero medio di pianeti per sistema planetario in condizione di ospitare forme di vita;
Fl è la frazione dei pianeti ne su cui si è effettivamente sviluppata la vita;
Fi è la frazione dei pianeti fl su cui si sono evoluti esseri intelligenti;
Fc è la frazione di civiltà extraterrestri in grado di comunicare;
L è la stima della durata di queste civiltà evolute.

Secondo i valori considerati da Drake il risultato era N = 10, mentre secondo calcoli elaborati in anni più recenti si è giunti ad indicare N = 23,1. Si parla sempre e solo della nostra Galassia (la Via Lattea) ovviamente.

Anche di recente sono state proposte formule e ricerche alternative a questa, come quella dell’università di Nottingham volta a ipotizzare il numero delle Communicating Extra-Terrestrial Intelligent civilisations (CETI): le civiltà in grado di comunicare con le altre mediante le onde radio. La teoria si basa sull’assunto che siano necessari cinque miliardi di anni perché la vita intelligente si formi su di un pianeta e che dopo detto lasso di tempo una ipotetica civiltà esistente sia in grado di comunicare come lo facciamo noi. Ed è questo un pò il limite di questa teoria: il pensare che su altri pianeti le cose si siano evolute sulla falsa riga della terra, un modello geocentrico quindi. Secondo i calcoli dell’università di Nottingham ci sarebbero 36 CETI… quindi ben 13 in più rispetto alle SETI.

I ricercatori hanno puntualizzato che la civiltà aliena più vicina a noi si troverebbe a non meno di 17.000 anni luce… quindi ogni comunicazione radio con essa sarebbe impossibile. Parlando di distanze vale la pena ricordare che la terra dista dal sole 8,3 minuti luce e che per uscire dal nostro sistema solare si debbano percorrere almeno 1 anno luce!!!

Per il momento quindi scordiamoci qualsiasi incontro ravvicinato di qualsiasi tipo…

Appunti: Aokigahara

Le foreste sono tra i luoghi più belli e misteriosi dell’intero pianeta, al loro interno sono in grado di conservare alcuni degli antichi poteri che l’uomo a, col tempo, dimenticato. Ci sono forze al loro interno, presenze e creature che spesso vanno al di là della semplice comprensione. Non stiamo parlando di qualche animale o mostro fantastico di cui sono pieni i programmi in televisione, no, qui parliamo di qualcosa di più profondo… qualcosa che chiunque abbia passato delle notti nelle foreste saprebbe descrivere: la certezza di non essere soli, mai.

Non c’è niente di più bello dunque di una foresta selvaggia, incontaminata ed intricata. A patto che vi siano all’interno degli spiriti e delle entità benigne… in caso contrario il risultato sarebbe certamente nefasto. In Giappone c’è una meravigliosa foresta di 3000 ettari, ai piedi del celebre Monte Fuji, nata all’incirca nel 864 dopo l’eruzione di uno dei vulcani minori che dipendono da esso: il Monte Nagaoyama. Il terreno è dunque molto particolare, cavernoso e caratterizzato da una fitta vegetazione, a tratti impenetrabile. Il suo nome? Aokigahara. Entrare in una foresta come questa può dare un senso di smarrimento paragonabile a quello delle immense giungle amazzoniche, ci si domanda sempre dove sia la via d’uscita… sempre che ci sia.

Un’antica e dibattuta usanza del Giappone, praticata in eccezionali periodi di carestia, era quella denominata Ubasute. Essa consisteva nell’abbandono, spontaneo, in località remota di un membro anziano o infermo della famiglia per permettere ai restanti di poter sopravvivere. Sebbene sia considerata un’usanza leggendaria ci sono diversi luoghi del paese che rimandano a questa pratica, tra questi vi è proprio la foresta di Aokigahara… e non è difficile capirne il perché! Quale luogo migliore di una foresta intricata per abbandonare a morire una persona? Nella cultura giapponese gli spiriti rivestono un ruolo importantissimo, siano essi positivi o negativi. E si dice che gli spiriti dei morti con la pratica Ubasute infestino ancora la foresta, aggirandosi adirati nei suoi meandri, esercitando il loro influsso sulle persone che vi si avventurano. Leggende?

Aokigahara ha un macabro primato in Giappone: è il luogo in cui avviene annualmente il maggior numero di suicidi. Le persone vanno a togliersi la vita in quel luogo approfittando proprio del suo essere quasi inaccessibile… per questo capita che i corpi senza vita vengano ritrovati dopo tanto tempo… quando vengono ritrovati! In genere le persone si impiccano o assumono farmaci in dosi letali. Ogni anno vengono ritrovati oltre 100 corpi senza vita nella foresta… questa impressionante cifra non batte le statistiche del Golden Gate Bridge di San Francisco, che resta il luogo col più alto numero di suicidi annuali (una media di 160).

Le autorità hanno disseminato il parco di cartelli che invitano i potenziali suicidi a chiedere aiuto a degli specialisti e a non fare l’estremo gesto. Basterà questo ad abbassare questa impressionante statistica?

Appunti: Un anno vissuto pericolosamente (1982, Peter Weir)

Quando pensiamo al processo di de-colonizzazione successivo alla Seconda Guerra Mondiale in genere il nostro immaginario ci porta a confrontarci con i paesi dell’Africa e con le loro vicende storiche. Questo probabilmente per la (relativa) vicinanza geografica che li rende più analizzati e più trattati rispetto ai paesi dell’Asia e dell’Oceania. Certo tutti conosciamo il processo dell’indipendenza dell’India mediata in parte da Gandhi, ma poi siamo in grado di fare pochi altri nomi che al pari suo hanno contribuito a questo processo… e quanti sanno poi come si è originato il Pakistan e qualche anno dopo il Bangladesh? Allo stesso modo tutti hanno sentito parlare del Vietnam a causa della grande guerra che coinvolse gli Americani, ma pochi ricordano la guerra d’Indocina combattuta dai Francesi dieci anni prima quando erano ancora i padroni coloniali dell’area. Ci sono poi nazioni delle quali ogni tanto sentiamo dire qualcosa in televisione, ma solo quando avviene una tragedia di qualche tipo: Birmania, Malesia, Indonesia e Filippine… solo per citarne alcune.

INDONESIA. Un paese da 255 milioni di persone, il quarto in classica per numero di abitanti. Costituito da più di 17.000 isole distribuite tra Asia ed Oceania. Conosciuta dal 1602 al 1949 come Indie Orientali Olandesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale venne occupato militarmente dal Giappone e, come in tutte le colonie europee dell’area, le autorità del Sol Levante finanziarono i movimenti indipendentisti anti-europei. L’idea imperiale del Giappone era quella di creare una grande area asiatica di paesi formalmente indipendenti, ma sotto il suo stretto controllo, lontani dalle mire economiche degli Europei che per troppi secoli avevano spadroneggiato in quell’area. A capo di un primo governo provvisorio i Giapponesi misero l’indipendentista Sukarno. Dopo la sconfitta giapponese l’Indonesia si dichiarò indipendente il 17 Agosto 1945, ma ci vollero più di quattro anni di guerra per ottenere la reale indipendenza dall’Olanda. Dopo l’indipendenza il paese finì nel vortice della Guerra Fredda, sballottato tra gli interessi della Nato e quelli dei Comunisti. E il presidente Sukarno sembrava essere un bravo equilibrista in questo sanguinoso gioco delle grandi potenze.

Siamo nel 1965 e qui inizia il nostro film. Un giornalista australiano (interpretato da un giovanissimo Mel Gibson) arriva a Giacarta in sostituzione di un collega. Per lui si tratta di una grandissima occasione per fare carriera in quello che in quel momento è il “teatro asiatico più caldo”, mentre i problemi di Saigon sembrano ancora lontani dall’esplodere. Il mondo con cui entra in contatto è fatto di enormi contraddizioni: da un lato c’è l’enorme povertà della popolazione e dall’altro ci sono gli uomini di stato venerati quasi come divinità per la loro capacità di tenere lontani gli occidentali rapaci ormai rappresentati dagli Inglesi e dagli Americani. Il paese è comunque in fermento a causa delle manovre del partito comunista che va riscuotendo un successo crescente e che sembra mirare ad un colpo di stato in chiave anti-occidentale. Sukarno traballa, ma sembra sicuro di se. Il giovane giornalista conosce un fotografo ben inserito nel mondo indonesiano e che lo aiuterà a realizzare molti servizi di successo, questo piccolo uomo (interpretato dall’attrice Linda Hunt, che per questa parte vinse il Premio Oscar) per metà australiano e per metà cinese vive tutte le contraddizioni di un mondo a metà tra le tradizioni asiatiche e sentimenti tipicamente occidentali. Tra i due collaboratori nascerà un contrasto dovuto all’ambizione del primo destinata a scontrarsi con la disperata poetica sofferente del secondo. Il tutto nella Giacarta degli ultimi mesi di governo di Sukarno…. destinato ad essere destituito da un colpo di stato finanziato dalla CIA col quale salirà al potere Suharto. Nell’umido e disperato panorama indonesiano ci sarà posto anche per una sofferta storia d’amore tra il giornalista australiano e una dipendente dell’ambasciata britannica (interpretata da Sigourney Weaver), ma anche questo rapporto rischierà di essere minato dall’ambizione di lui.

Il tradimento della fiducia degli amici e dell’amata da parte del giornalista (che pur riuscirà a riscattarsi) procederà in parallelo col tradimento della fiducia del suo popolo affamato da parte di Sukarno (che invece non riuscirà a salvare il suo ruolo di potere).

Appunti: Nation of Islam

Gli Stati Uniti sono un calderone sempre accesso di nuove religioni e di sette fantasiose, all’interno dei suoi immensi stati vanno creandosi sempre nuove correnti e varianti delle religioni tradizionali. Ci sono diverse motivazioni per questo comportamento compulsivo della popolazione americana. In primo luogo abbiamo la fondamentale componente Cristiana Protestante che già per sua natura tende a favorire il proliferare di Chiese diversificate ed autonome. Non va poi sottovalutata l’estrema confusione generata dal rimescolare così tante etnie tutte insieme, ognuna con le proprie credenze e tradizioni: il risultato non poteva che essere un frullato dove ogni ingrediente cerca disperatamente di dimostrarsi più importante degli altri. Lo spaesamento delle culture mescolate all’estremo ha portato via via al fenomeno opposto, ha portato alla nascita di sette sempre nuove in cerca dell’affermazione della propria unicità. Infine l’aver massacrato la popolazione autoctona ha portato a dover reinventare la religione del suolo americano cercando di legarla alla storia spirituale del resto del pianeta. Un gran calderone, come dicevo poco sopra! Oggi analizzeremo una delle più controverse tra le sette americane: la Nation of Islam.

La setta nasce nel 1930 a Detroit e il suo fondatore non è considerato un profeta bensì una vera e propria reincarnazione di Allah. Quest’uomo, conosciuto col nome di Wallace Fard Muhammad, ha avuto una vita alquanto misteriosa e poche sono le notizie che ci sono giunte su di lui, le stesse autorità degli Stati Uniti sanno poco circa i suoi spostamenti e la sua scomparsa. Ma già dalla prima affermazione poco sopra si può intuire che la NOI non sia un gruppo religioso musulmano convenzionale.

Bandiera della Nation of Islam

Negli anni si è molto sviluppata ed il numero degli adepti è cresciuto sensibilmente soprattutto negli anni ’60 e ’70, quando il tema della segregazione razziale aveva raggiunto all’apice del dibattito nella società americana. Il successore di Fard, Elijah Muhammad sosteneva che i discendenti degli schiavi provenienti dall’Africa dovevano tornare alle proprie origini e riscoprire la vera fede dei loro antenati e delle loro nazioni di origine. La scelta chiaramente doveva ricadere sul credo islamico e non sul semplice e malleabile animismo delle tribù africane.

La NOI però non si ferma qui. Oltre ad elevare Fard al ruolo di vero Messia, con tanto di chiari riferimenti alla Bibbia, si ipotizza una bizzarra storia della creazione degli esseri umani. In sostanza Allah avrebbe creato i neri come gente originaria e dominatrice del mondo (e fin qui i paralleli con l’evoluzione della razza umana ci sono), successivamente gli scienziati neri avrebbero creato le altre razze in laboratorio e avrebbero preparato un piano evolutivo di 25.000 anni. In tutto questo il periodo di sofferenza e schiavismo del “popolo eletto nero” sarebbe stata prevista nella Bibbia. Bibbia, che come il Corano, sarebbe stata creata dagli stessi scienziati neri. L’idea di un gruppo di “scienziati creatori” è molto diffusa in diverse sette nate nel ‘900, basti pensare a Scientology.

Elijah Muhammad

Una delle caratteristiche fondamentali del NOI è l’acceso razzismo nei confronti delle altre razze e un odio viscerale per l’Ebraismo ed i suoi rappresentanti, anche se negli anni ci sono stati diversi contatti tra il NOI e i gruppi ebraici anti-sionisti della setta Neturei Karta. Inoltre una delle idee di punta è quella della creazione di uno stato unicamente nero ed islamico all’interno degli Stati Uniti. Per il resto molti dei precetti del NOI sono i medesimi della religione musulmana, soprattutto per quello che riguarda i 5 pilastri dell’Islam… sempre considerando l’eccezione della natura divina di Fard e il ruolo di novello profeta assunto da Elijah Muhammad.

Nel corso degli anni molti afroamericani sono entrati a far parte di questa setta o comunque ne hanno condiviso alcune posizioni. Tra di esse possiamo ricordare in prima fila Malcom X (passato successivamente all’Islam Sunnita e morto proprio a causa di alcuni suoi scontri ideologici con Elijah Muhammad) e persone del calibro di Muhammad Ali (passato anche lui al Sunnismo e poi al Sufismo).