Sturm und Drang: Impara l’arte…

Il fucile è la prima arma che si impara ad usare perché ti permette di mantenere una certa distanza dal cliente. Più ti avvicini a diventare professionista, più riesci ad avvicinarti al cliente. Il coltello per esempio, è l’ultima cosa che si impara.

Sehnsucht: nota 15

Continuo a guardare il paziente e continuo a farmi domande infinite, quasi fastidiose. Mi ammorba il suo ammorbarsi, mi infastidisce il suo infastidirsi, mi rammarica il suo rammaricarsi, mi ossessiona il suo ossessionarsi… ci sono momenti in cui mi rendo conto di osservarlo con lo stesso sguardo catatonico con il quale lui osserva le pareti della sua “stanza”. Lui guarda dei muri grigi, scrostati, ammuffiti, sporchi di vecchiume e merda. Mentre io osservo lui.

Lui è la mia “stanza”… chi è il malato dei due? Chi è il paziente dei due? Chi ha bisogno di aiuto in questo momento? A guardare i pazzi si diventa come loro? Pazzi?

Si stanno confondendo i piani esistenziali in questo posto. E mentre lui osserva le pareti io osservo lui… e mentre io osservo lui qualcuno osserva me da una telecamera. E così via… all’infinito… chi controlla i controllori? Chi siede in cima alla piramide alimentare?

Inizio ad avere sempre più domande e sempre meno risposte…

Appunti: Karl Tänzler

L’amore è eterno finché dura, quanto meno nella dimensione materialista dell’umanità tipica della nostra società moderna. Nulla da togliere alla vacuità dei sentimenti umani, alla incostanza delle nostre menti nevrotizzate da malsani ritmi esistenziali. E’ possibile ancora amare qualcuno sino alla propria morte? Provare qualcosa di profondo e malsanamente inchiodante per un’altra persona? È forse un amore infinito una condanna piuttosto che una benedizione? O siamo noi che non sappiamo più distinguere il bene dal male? Tutto questo ed anche di più. Eppure a qualcuno di noi capita. Il vero amore. L’anima gemella, quella vera, quella che abbiamo cercato per millenni. Quella in grado di portarci all’inferno ed in paradiso allo stesso tempo. Fortune che solo pochi possono sperimentare. E l’amore dopo la morte non è da meno. L’amore dopo la morte, poesia e romanticismo. Eppure la mente umana è capace di accedere ad un ulteriore livello, un livello inquietante, che lascia troppe domande senza risposta, un punto di rottura che la mente della maggior parte delle persone rifiuterebbe con profondo sdegno. Non è l’amore per la morte bensì l’amore nella morte. L’amore con la morte. E’ qualcosa che va a pescare negli angoli più torbidi e bui della nostra anima, in angoli della nostra psiche che non conosciamo e che non vorremmo in ogni caso conoscere. Qualcuno si addentra, ma non fa più ritorno. Non c’è via d’uscita dal buio primordiale di quella grotta, dove un milione di anni fa sperimentammo per la prima volta l’indescrivibile senso di impotenza per il trionfo della morte.

E da allora l’ominide, la scimmia, l’anello mancante, il figlio del peccato, il clonato dagli antichi ingegneri, ecc… da allora tutti gli esseri umani hanno cercato il modo per eludere la morte, ritardarla, allontanarla. Alcuni si sono spinti oltre. Alcuni hanno perfino cercato di invertirne il processo tentando di riportare in vita i morti. Eccovi una di queste storie.

Karl Tänzler nacque l’8 Febbraio 1877 a Dresda in Germania. Negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale viaggio molto tra l’India e l’Australia, ma lo scoppio del conflitto lo portò ad essere internato in un campo di prigionia australiano per essere poi spedito in Olanda alla fine delle ostilità. Vista la precaria situazione economica in cui versava la Germania, nel 1926 decise di trasferirsi negli Stati Uniti, dove viveva sua sorella. Partì in nave da Rotterdam e raggiunse Cuba, da lì poi si spostò in Florida. L’anno dopo trovò lavoro presso l’U.S. Marine Hospital di Key West come tecnico sanitario di radiologia medica. Si fece assumere col nome di Carl von Cosel. Il cognome von Cosel ha un’importanza fondamentale in questa storia e vi dico subito il perché: il cognome Von Cosel era quello di un’antica casa nobiliare dalla quale Tänzler sosteneva di discendere. Egli affermava inoltre che una sua presunta antenata, la Contessa Anna Constantia von Cosel, gli avesse più volte fatto visita in sogno per mostrargli il volto del suo vero amore: una donna dalla pelle e dai lineamenti esotici e dai lunghi capelli neri. Di certo non la classica bellezza teutonica.

Il 22 Aprile 1930, proprio mentre lavorava al Marine Hospital di Key West, conobbe Maria Elena Milagro de Hoyos, una giovane donna cubano-americana che allora aveva 21 anni. La ragazza era stata portata in ospedale per dei controlli. In lei Tänzler riconobbe subito la bellissima donna che le era stata mostrata in sogno dalla sua antenata. La ragazza era figlia di un commerciante di sigari della città, nonché legalmente sposata sin dal 1926, ma il marito si era trasferito a Miami dopo che la coppia aveva perso un figlio (in ogni caso i due non avevano avviato alcuna pratica di divorzio). Sfortunatamente alla ragazza venne diagnosticata la tubercolosi, una malattia tipicamente fatale all’epoca e che portò alla morte di quasi tutta la sua famiglia. Tänzler tentò di curare la ragazza, ma le sue conoscenze mediche da autodidatta erano decisamente basilari. La famiglia di lei si fidava di quell’uomo, che ai loro occhi appariva così generoso ed altruista. Egli sperimentò medicinali e cure con apparecchiature elettriche, ma senza alcun risultato. Col tempo divenne palese che l’uomo le realtà era innamorato della ragazza, ma non vi sono mai state prove circa il fatto che fosse un amore corrisposto. Maria Elena Milagro de Hoyos morì il 25 ottobre 1931. Tänzler le pagò il funerale e le fece costruire, col permesso della famiglia, un piccolo mausoleo nel cimitero di Key West. Ogni notte l’uomo si recava in visita presso la costruzione per rendere omaggio alla sua amata. Pare che durante quelle sedute notturne lo spirito della ragazza arrivò a palesarsi davanti all’uomo pregandolo più volte di portarla via da quella tomba. E fu così che Tänzler, in una notte di Aprile del 1933, rubò il cadavere della ragazza e lo trasportò fino alla propria abitazione.

Il cadavere ritrovato dalle autorità

L’uomo fissò insieme le ossa del cadavere con delle grucce, le mise degli occhi di vetro, sostituì la pelle in decomposizione con del panno di seta imbevuto di cera e gesso. Modellò poi una parrucca al cadavere con una folta ciocca di capelli di Maria Elena che gli erano stati regalati dalla madre di lei nel 1931. Per mantenere le forme originali della donna ne riempì la cavità addominale e toracica di stracci. Vestì poi il cadavere con calze, guanti e gioielli e lo sistemò nel suo letto. Uso una quantità enorme di profumi, disinfettanti ed agenti conservanti per mascherare l’odore che proveniva dalla decomposizione del cadavere. Più volte tentò dei fantasiosi esperimenti per riportare la vita la sua amata. Nel giro di qualche cominciarono a girare delle strane voci sul conto di Tänzler, qualcuno l’aveva addirittura visto ballare col cadavere davanti alle finestre di casa. Fu così che nell’ottobre 1940 una sorella della defunta, Florinda, si recò a casa dell’uomo allertando le autorità affinché intervenissero. Tänzler venne arrestato non appena venne scoperto il cadavere della ragazza nel suo letto.

Egli venne esaminato a livello psichiatrico e venne ritenuto capace di intendere e di volere, per cui venne processato per sottrazione di cadavere, ma l’accusa poiché il reato era comunque caduto in prescrizione. Il caso ovviamente generò molto scalpore. Sorprendentemente l’opinione pubblica vedeva Tänzler in maniera favorevole, lo consideravano una sorta di ultimo romantico, eccentrico senza ombra di dubbio, ma comunque romantico. Il corpo della ragazza, dopo essere stato analizzato dai patologi, venne seppellito di nuovo nel cimitero di Key West. Questa volta in una tomba non contrassegnata per evitare che venisse di nuovo trafugato. Negli anni successivi (se ne parlava ancora nel 1972) alcuni medici sostennero che Tänzler aveva tenuto comportamenti necrofili col cadavere di Maria Elena. Di questi comportamenti non vi era però alcuna prova concreta agli atti se non un dettaglio emerso durante l’autopsia: nell’area vaginale era stato inserito un tubo di carta, il che avrebbe consentito all’uomo di aver rapporti sessuali col cadavere. La tesi della necrofilia è ancora oggi molto dibattuta, ma penso che a distanza di tanti anni sia impossibile scoprire la verità.

Tänzler passò i suoi ultimi anni di vita sempre in Florida, ma in un’altra contea. Pur se separato dalla sua amata e dal di lei corpo, ne creò una effige a grandezza naturale partendo da una maschera mortuaria. Visse con questa effige sino alla sua morte avvenuta nel 1952.

Sturm und Drang: Il passaggio da sud-ovest

Sognare i morti è come tornare indietro nel tempo, questo quando li si sogna al passato. Ma quando i morti si inseriscono nel presente, allora il sogno svanisce e la realtà si mischia irreparabilmente a ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato.

Ci sono cimiteri per i morti e ci sono cimiteri per le cose che non abbiamo mai detto o fatto.

Nei primi cimiteri andremo alla fine dei nostri giorni, nei secondi ci finiamo ogni maledetta notte…

I più fortunati rimangono gli idioti che vivono senza rendersi mai conto di nulla, la cui morte sarà solo una parentesi nel vuoto cosmico delle loro esistenze.

“È meglio essere infelici, ma sapere, piuttosto che vivere felici… in una sciocca incoscienza.” (Fëdor Dostoevskij)

Sturm und Drang: Questione di rispetto

Mi chiamo Charly Matteï e sto per ucciderti, a viso scoperto. È una questione di rispetto. Devi sapere chi ti uccide e devi sapere perché muori. Lo sai perché muori Bastian?

Non si fanno i conti con il passamontagna, è come spedire lettere senza mittente.

È un assassinio, capisci la differenza?

夢の旅 – La battaglia

Yume no Tabi – 3

L’ambiente è buio, le poche luci sono talmente soffuse da rendere il tutto quanto meno percepibile. Deve essere un bunker… anzi lo è sicuramente. Ci sono solo soldati attorno a me e pure io indosso una divisa, ma non se ne distinguono bene i colori con questa mancanza di luce… so solo che tendono allo scuro. Siamo sporchi, umidi, insanguinati e stanchi… da diversi angoli si alza il fumo di sigaretta, forse l’unica cosa ad realmente viva in quel luogo. C’è grande agitazione. Tutti hanno qualcosa da fare, tutti si muovono, tutti sono pronti per qualcosa. Ma cosa?

L’odore è orribile… nauseante… sangue, piscio, merda e carne bruciata. Carne umana bruciata.

Improvvisamente il silenzio è rotto dai rumori dell’esterno ed anche dentro al bunker iniziare un vociare confusionario, come se fossimo nel vortice di un girone infernale. Fuori si spara e si muore, ci sono urla ed esplosioni e qualche ufficiale iniziare ad urlare comandi a vanvera, senza sapere neppure lui il vero senso di quelle parole.

Iniziano a rientrare dei feriti. Corpi dilaniati, fatti a pezzi in modo indicibile. E l’odore di morte va aumentando. Carne umana bruciata.

Dobbiamo trasportare i feriti che entrano verso una sala più interna del bunker, dove il personale medico se potrà prendere cura, nei limiti del possibile. Ogni 3 uomini che tornano feriti se ne salva solo 1. Barelle su barelle di carni maciullate. Arriva l’ennesima barella e devo trasportarla con un commilitone, adagiato sopra di essa vi è un corpo deformato, schiacciato e bruciato… guardo quelli che lo hanno riportato da fuori.

“Ma è vivo?”

“Si.” mi risponde uno.

“Cosa gli è successo?”

È finito sotto un carro armato…” mi risponde sempre lo stesso.

“E siamo sicuri che stia ancora respirando?”

“Non abbiamo certezze per affermare il contrario.” mi risponde l’altro e se ne vanno entrambi.

Portiamo il futuro cadavere nella sala ospedale, i medici ci guardano con occhi spenti e stanchi, non dicono una parola, solo un rapido cenno della testa per farci capire dove abbandonare la barella, il corpo e forse pure la speranza.

Poi arriva la chiamata. Il nostro turno. Armati fino ai denti, già sporchi di tutto ancor prima di uscire al di fuori del bunker. Mi chiedo cosa ci sia al di là ad aspettarci. Una città in rovina? Un bosco? Una pianura? Stiamo attaccando noi o stanno attaccando loro? E’ poi realmente importante sapere queste cose? No… dal rumore che sento provenire dall’esterno direi proprio di no.

Mi incammino insieme agli altri del mio reparto. Inizio a riconoscere meglio le divise, ma anche questo ha poca importanza. Siamo fottuti e già lo sappiamo, siamo morti eppure andiamo fuori… per abbracciarla la morte, per amarla come si ama una vecchia amante. Lei aspetta noi, noi bramiamo il suo calore.

Prima di uscire un medico si avvicina e mi inietta nel braccio qualcosa.

“Cos’è sta roba?”

“Morfina… ti servirà…” risponde lui senza degnarmi di uno sguardo.

Usciamo.

Luce.

Immensa luce.

Luce eterna.

Sehnsucht: nota 14

Trascrizione audio parziale del 11/11/25, il Prof. Koshiba parla col paziente.

Abbiamo i risultati delle sue analisi, è interessato a conoscerli?

Dovrebbe interessarmi a questo punto?

In genere le persone vogliono sapere. Perchè mai lei dovrebbe essere diverso dagli altri?

Quando si ammazzano tante persone ci si scorda di tutto. Si smette di essere umani, si diventa altro. E’ come se non si riuscisse mai a chiudere gli occhi per la nausea. Non la nausea della morte, ma la nausea della vita. Una volta che si è gustata la morte non si può tornare più indietro.

Ci si crede Dio?

Ci si crede Dio solo se si riesce a fare un genocidio. Tante piccole morti non possono rendere Dio nessuno.

Ha un senso. Un Dio non può morire…

Oh… è qui che sbaglia. Qualsiasi Dio può morire, non importa la sua potenza… grande o piccolo che sia… può morire come tutti in questo universo.

Anche lei dunque può morire.

Come se non lo sapessi. Sputo sangue da talmente tante settimane che so bene cosa mi sta accadendo. Ma vuole sapere una cosa?

Certo.

Non me ne frega niente di morire. E non me ne frega niente di vivere. Mi va bene così.

Appunti: L’uomo che volle farsi re (1975, John Huston)

È strano come certe storie ci rimangano in testa più di altre. Evidentemente ognuno di noi, con la propria sensibilità differente, apprezza racconti in grado di comunicare direttamente con la propria anima. C’è un qualcosa in questa storia che mi ha sempre affascinato, qualcosa che non sono in grado di individuare con certezza… quello che so è che ogni tanto sento il bisogno di rivederlo, di calarmi in questa atmosfera lontana, di rivivere quest’avventura fuori dal comune e forse totalmente priva di senso. Ma cos’ha senso in fondo nella nostra esistenza? Siamo ciò che facciamo. Siamo ciò che vorremmo essere. Siamo ciò che non riusciamo ad essere. Siamo?

Il film di cui vi sto parlando è del 1975, firmato da John Houston (regista di film magnifici come “L’anima e la carne” o “La regina d’Africa”) con attori del calibro di Sean Connery, Michael Caine e Christopher Plummer. Tutte ottime premesse. E’ un’avventura. Un’avventura pulita, senza turpiloquio, senza fiumi di sangue da guadare, senza gli eccessi della moderna volgarità. Qui non conta il sesso, la violenza esasperata, l’effetto speciale computerizzato… qui conta solo la storia. E’ vera arte.

La storia si svolge nel secolo scorso tra l’India britannica e l’odierno Afghanistan e narra di due avventurieri inglesi (due autentici intrallazzatori) che decidono di partire per una remota regione abitata da popolazioni molto arretrate. Il loro scopo? Quello di imporsi come sovrani di quelle popolazioni grazie all’aiuto di qualche fucile e di alcuni stratagemmi imparati al servizio dell’esercito di Sua Maestà. Il classico disegno coloniale e civilizzatore che per secoli ha mosso la politica dell’Impero Britannico. Ovviamente non posso dirvi altro, perchè rovinerei la visione di questo piccolo capolavoro.

Fa da sottofondo al racconto la storia di Alessandro Magno, unico conquistatore europeo a prendere possesso di quelle terre, unita a diversi rimandi alla Massoneria di cui i protagonisti sono membri attivi. Resta da corollario la figura di Kipling, reale autore della storia nel 1888, Massone a tutti gli effetti e gran conoscitore del subcontinente indiano.

Un film per tutti quelli che hanno bisogno di rammentarsi che “chi troppo vuole nulla stringe”.

Sturm und Drang: If…

Hey, man, you don’t talk to the Colonel. You listen to him. The man’s enlarged my mind. He’s a poet-warrior in the classic sense. I mean, sometimes he’ll, uh, well, you’ll say hello to him, right? And he’ll just walk right by you, and he won’t even notice you. And suddenly he’ll grab you, and he’ll throw you in a corner, and he’ll say, “Do you know that ‘if’ is the middle word in life? ‘If you can keep your head when all about you are losing theirs and blaming it on you, if you can trust yourself when all men doubt you.’” I mean, I’m no — I can’t — I’m a little man. I’m a little man. He’s—he’s a great man. I should have been a pair of ragged claws scuttling across floors of silent seas.

Il viaggio: 18 Febbraio 2026

Sangue ed ancora sangue. Che maledetto scherzo del destino è mai questo? Come si possono recuperare le forze se tutto crolla da dentro e da fuori?

Siamo cibo per vermi, sangue destinato a marcire ed a rinascere per poi ri-marcire… in un ciclo infinito di decadente ingiustizia. Non è così che dovrebbero andare le cose. Ma le maledizioni sono difficili da spezzare.

Appunti: Repubblica Lakota

“Gli Stati Uniti d’America hanno continuamente calpestato i popoli indigeni indipendenti di questo continente attraverso l’Azione esecutiva, il Mandato legislativo e la Decisione giudiziaria. Con le proprie azioni gli Stati Uniti hanno negato a tutti i Nativi i loro Diritti del trattato internazionale, le Terre del trattato ed i diritti umani fondamentali di libertà e sovranità. Lo stesso governo degli Stati Uniti, che ha combattuto per liberarsi dal giogo dell’oppressione e ottenere la propria indipendenza, adesso ha invertito il proprio ruolo ed è diventato l’oppressore del popolo Nativo sovrano.” (Declaration of Continuing Indepedence, 1974 Oglala)

La questione è al contempo semplice e complessa, come spesso accade nella storia dell’umanità. I Nativi americani abitavano il loro continente prima della venuta degli Europei, erano divisi in centinaia di etnie diverse, con culture, lingue ed usanze diverse. La questione del popolamento delle Americhe è estremamente dibattuta e lontana dall’essere chiarita in modo esaustivo, ma possiamo affermare che, all’arrivo degli Europei, le popolazioni locali discendessero da abitanti presenti in loco da più di 12.000 anni. La storia la conosciamo tutti… tra malattie, guerre, veri e propri genocidi, schiavitù, sterilizzazioni forzate, ecc… la popolazione nativa venne decimata. Le cifre reali non si avranno mai con esattezza, ma i dati degli storici vanno da un minimo di 55 milioni ad un massimo di 110 milioni di morti. Trattati, ça va sans dire, come morti di serie C.

Parlando degli attuali Stati Uniti la situazione dei Nativi fu più articolata che in altre zone del continente, questo poiché i suoi territori furono presi inizialmente da diversi paesi colonizzatori: Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda e Svezia, ecc… . Ogni paese aveva delle politiche ben precise nei confronti dei nativi e sappiamo che le più crudeli in assoluto erano quelle dell’Impero Spagnolo. La Francia nel Nord America non aveva colonie di popolamento e si muoveva principalmente stringendo accordi commerciali coi Nativi ed occupando alcune postazioni fortificate: Montreal e Quebec, Detroit e Pittsburgh (allora Fort Duquesne), St. Louis e New Orleans, Jacksonville (allora Fort Caroline) e Mobile, Baton-Rouge e Memphis (allora Fort de l’Assimption), Kansas City (allora Fort Cavagnial) e Chicago. Discorso diverso per gli Inglesi… le loro colonie era di popolamento ed il continuo flusso in arrivo portò più volte allo scontro coi Nativi; alla fine il governo di Londra siglò una serie di trattati a salvaguardia dei territori dei Nativi, ma questo portò ad un forte malcontento da parte dei coloni… e fu poi una delle varie cause che portarono alla Guerra d’Indipendenza (nei decenni a seguire la fuga dei Nativi verso il Canada Britannico non fu casuale). La politica di forte espansione della nuova nazione portò ad una serie continua di conflitti i quali culminarono con la sconfitta progressiva dei Nativi ed alla creazione delle Riserve Indiane: attualmente sono 326, mentre le tribù riconosciute ufficialmente sono 567, e coprono il 2% del territorio statunitense ospitando 1 milione di Nativi rispetto al numero totale di 2,5 milioni.

La struttura delle Riserve Indiane, dalla creazione del Bureau of Indian Affairs ad oggi, non è stata sempre lineare e spesso si sono create dispute territoriali, il più delle volte generate dalla scoperta in un dato territorio di una risorsa “utile”, come oro e petrolio. Più volte si è dovuti ricorrere alla modifica (solo formalmente bilaterale) dei trattati ed allo spostamento coatto di migliaia di persone. Proteste, guerre, rivolte… non sono mai servite a nulla per arginare l’azione del governo degli Stati Uniti verso i Nativi. Per questo anche in tempi recenti si sono tentate delle azioni che avessero una cassa di risonanza mediatica tale da poter attirare l’attenzione del mondo sui problemi dei Nativi… ma si sa che viviamo in un mondo in cui anche per le vittime conta la capacità economica. In quest’ottica il 17 Dicembre del 2007 una delegazione di Nativi si recò a Washington DC per presentare presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti una dichiarazione di Recesso unilaterale dai trattati stipulati in precedenza tra il Governo degli Stati Uniti e dai Lakota (appartenenti ai Sioux) nel 1851 e 1868. Da notare come nel settembre dello stesso anno fosse stata approvata la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, alla quale gli Stati Uniti votarono contro.

Nacque così il 19 Dicembre 2007 l’autoproclamatasi Repubblica Lakota, comprendente territori del Dakota del Nord, Dakota del Sud, Nebraska, Wyoming, Iowa e Montana… un territorio grande come 2/3 delle attuali riserve ed abitato da 12 milioni di persone delle quali 100.000 Lakota. L’azione non ottenne però l’ampio sostegno sperato, trovando anche una tiepida accoglienza da parte di molti Nativi, questo fece si che l’azione non riuscisse a prendere corpo in modo davvero efficace. Il gruppo di attivisti Lakota ha fatto sin da subito ricorso alla pratica della non violenza, cercando al contempo il sostegno di paesi stranieri che potessero aiutarli a sostenere la loro battaglia (Russia, Cile, Bolivia, Irlanda, Sudafrica, Russia, Francia, Uruguay, Nicaragua, India, Serbia, Turchia, Islanda e Finlandia) … ma anche in questo caso hanno ottenuto risposte tiepide e facilmente comprensibili data la “spinosità” della questione.