
路地の光
ひそやかな微笑み
何か残る

路地の光
ひそやかな微笑み
何か残る

Il 5 maggio, in Giappone, si celebra il Kodomo no Hi, la festa dei bambini.
È un giorno dedicato alla loro felicità, alla loro crescita e alla speranza per il futuro.
Nel cielo di primavera danzano le koinobori, carpe colorate che nuotano nel vento: simbolo di forza, coraggio e determinazione.
Ogni carpa rappresenta un bambino, un sogno, un cammino che cresce.
Nelle case si espongono piccoli elmi da samurai, a protezione simbolica dei più piccoli, mentre l’aria si riempie di luce, giochi e risate.
È una festa semplice e profonda, che ricorda quanto sia prezioso crescere…
e quanto, in fondo, resti sempre un po’ di bambino anche dentro di noi.


木漏れ日の中
軽やかな足音
森は聞く
Oggi parleremo di alcuni fatti accaduti prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale; fatti che possono essere considerati il preambolo dei tragici eventi del 1914-1918. Il tempo in cui l’Impero Ottomano insediava Vienna e teneva gli stati balcanici come vassalli era finito già da diversi anni ed erano sorti diversi stati indipendenti, spalleggiati per lo più dalla Russia zarista e di rimando sorvegliati a vista da un sempre più preoccupato (e in crisi) Impero Austro-Ungarico. In tutto questo gli Ottomani controllavano ancora un vasto territorio che da Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia) si estendeva sino a Tirana, passando per le città greche di Salonicco e Giannina a sud e per Pristina e Skopje (capitale dell’odierna Macedonia) nel nord. Questa fascia di terra faceva gola ai Bulgari, ai Montenegrini, ai Greci ed ai Serbi: questi quattro regni erano uniti da una serie di alleanze sin dai primi mesi del 1912, la loro unione era nota come Lega Balcanica.

A convincere la Lega a procedere apertamente contro gli Ottomani era stato un evento bellico iniziato nel 1911: la guerra tra il Regno d’Italia e l’Impero Ottomano per il dominio della Libia e del Dodecaneso. Gli Italiani stavano riportando una serie di vittorie incoraggianti e la scarsa resistenza dell’esercito turco faceva pensare ad un’analoga facilità di vittoria anche nel teatro dei Balcani. Alla Lega Balcanica serviva solo un piccolo pretesto per lanciarsi all’attacco e furono proprio gli Ottomani a fornirne uno bloccando a Salonicco un carico di armi dirette in Serbia e dislocando ad Adrianopoli nuove truppe in funzione anti-bulgara
La guerra iniziò l’8 Ottobre del 1912 e nei successivi sette mesi le truppe dei quattro regni coalizzati sconfissero gli Ottomani cacciandoli via anche da Adrianopoli. In tutto questo le altre nazioni europee cominciarono ad interessarsi sempre di più alla questione balcanica: in tanti sentivano che dietro il nazionalismo di Serbia e Bulgaria si agitava lo spettro dello Zar. Fu proprio l’ingerenza della Francia, della Germania e dell’Impero Britannico a portare alla pace del 30 maggio 1913, ma in questo modo le cose non andarono come le avevano pianificate inizialmente i paese della Lega Balcanica. Tutti ottennero dei territori in più, ma la nascita del principato d’Albania (sotto la protezione europea) determinò la mancanza di uno sbocco sul mare per la Serbia (che ne aveva fatto uno dei suoi principali obiettivi). Il nodo principale diventò quindi la spartizione della Macedonia dove la Serbia chiedeva maggiori territori alla Bulgaria come compensazione del fatto di cui sopra. Nel frattempo andavano inasprendosi i contrasti tra Bulgari e Greci per il controllo di Salonicco, rivendicato da entrambi. La pace era troppo instabile in quel fine primavera del 1913… (problematiche e tematiche ancora vive nei Balcani dei nostri giorni).

Una curiosità. Il 1 novembre del 1911 un aereo italiano era stato impiegato per sganciare bombe su una postazione turca: era il primo bombardamento della storia. Nella Prima guerra balcanica si cominciò a fare largo uso degli aerei soprattutto come ricognitori, ma anche come bombardieri e talvolta per lanciare volantini di propaganda. Era l’inizio di un nuovo modo di fare la guerra.

Tutto quello di cui ho bisogno è la vibrazione della tua esistenza.
Trascrizione audio parziale del 11/12/25, il Prof. Koshiba parla col paziente.
Siamo riusciti a decodificare le sue cartelle criptate. C’è voluto il lavoro incessante di alcune delle nostre squadre migliori, ma ci siamo riusciti. Non c’è più alcun segreto tra di noi adesso.
Non credo che quello che avete trovato possa rappresentare una grande novità per voi. Tutto quello che c’è nei miei file viene da voi… dunque lo conoscevate ancor prima di decriptarlo. Perchè lo conoscevate ancor prima di mandarmelo. Tutto qui…
Tutto qui non direi. Ci sono molte cose interessanti che non le abbiamo mandato noi. I suoi pensieri, le sue annotazioni e le sue riflessioni… oppure le esternazioni attribuite a Kyoka. Tutto questo non è arrivato da noi.
Corretto fino ad un certo punto. Non viene da voi perchè nasce dalla mente di Kyoka e dalla mia. Viene da voi perchè è una reazione alle azioni che ho compiuto per voi.
Kyoka… dovremmo proprio interrogarla questa Kyoka. Forse dovremmo parlare con Kyoka e non con lei.
Kyoka non parlerà mai con voi. Non illudetevi…

午後の光
語らぬ音の中
心やすらぐ

E se le pareti della cella improvvisamente implodessero? Se la materia stessa all’interno si disintegrasse? Se non rimanesse altro che pulviscolo cosmico o qualcosa di ancor più infinitesimale? Potrebbe essere un destino migliore di qualsiasi altro… se solo si realizzasse in un lasso di tempo abbastanza lento da rendere lo strazio della morte chiaramente avvertibile.
Ci vuole il tempo di comprendere le cose… anche per quelle più dolore. La sofferenza è giusta espiazione di ogni inutile chincaglieria della vita terrena.

🌸 Il 29 aprile in Giappone si celebra lo Shōwa no Hi (昭和の日).
È una giornata dedicata alla memoria dell’era Shōwa (1926–1989), un periodo complesso e decisivo della storia giapponese, segnato da trasformazioni profonde: dalla guerra alla rinascita, fino alla crescita economica.
Non è solo un ricordo del passato, ma un invito a riflettere su ciò che il Giappone è diventato oggi, tra tradizione e modernità.
La vita è strana, spesso essa diventa un intreccio di situazioni inaspettate che ci porta laddove non avremmo mai pensato di andare… portandoci ad eccellere o a fallire con la medesima facilità. Un uomo scaltro e furbo si fa spesso dei nemici, oggi come nel passato, e quando un uomo ha dei nemici è sempre in pericolo. Un giovane uomo di nome Pedro de Heredia aveva molti nemici e quando alcuni di questi lo aggredirono fisicamente (subì la frattura del naso) decise di vendicarsi violentemente… andando decisamente oltre uccidendo tre dei suoi aggressori. Le autorità del suo paese, la Spagna, cercarono di arrestarlo e così lui fece l’unica cosa possibile a quei tempi: scappò nelle Americhe, passando dall’isola di Hispaniola per arrivare infine a Santa Marta, nell’odierna Colombia.

Nelle Americhe Pedro si arricchì molto, ingannando gli indigeni scambiando con loro oggetti di poco valore con moltissimo oro. Tornato in Spagna coperto di ricchezza riuscì a farsi nominare governatore dell’estuario del Rio Magdalena, con il permesso di fondare una città. Non male per uno che era dovuto fuggire braccato dalla legge… Nel 1532 Pedro tornò nelle Americhe ed individuò il luogo più idoneo per fondare la sua città e fu così che nella baia di Calamar venne fondata Cartagena de Indias, il porto più importante della moderna Colombia.
Nella spasmodica ricerca di ricchezze Pedro attaccò diverse popolazioni indigene, come i pacifici Sinù e si diresse all’interno dell’attuale dipartimento di Antioquia (la regione di Medellin) per trovare delle miniere d’oro… ma invano. Il suo comportamento crudele e violento gli valsero un’accusa ufficiale di torture ed assassinio, ma venne perdonato dal Re al suo rientro in Spagna.

Tornato a Cartagena Pedro riprese la sua politica aggressiva nei confronti degli indigeni… di nuovo venne accusato (con ben 289 capi d’imputazione) e venne incarcerato per essere processato. Riuscì a scappare e si imbarcò su una nave diretta in Spagna, con l’idea di appellarsi di nuovo alla clemenza del re. Questa volta non ebbe fortuna, in quanto la nave su cui era imbarcato fece naufragio vicino alle coste spagnole, a Tarifa, e lui annegò… pagando infine le sue colpe. Era il 1554.

NATALE DI ROMA -2779° anno
Oswald Spengler. Filosofo, storico, visionario, pioniere. In soli 56 anni di vita è riuscito a cogliere non solo l’essenza decadente della sua epoca, ma anche di quella immediatamente successiva (i tempi nostri, per intenderci). Lo ricordiamo principalmente per la sua opera massima “Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte“(Il tramonto dell’Occidente). Le tesi di Spengler sono semplici e non richiedono particolari fondamenti di filosofia per essere capite, non parla un linguaggio per pochi eletti, ma esprime concetti che allora parevano visionari, ma che oggi sono tristemente attuali.
L’uscita del primo volume è datata 1918, il secondo volume uscì solo nel 1922.

L’analisi di Spengler parte dal presupposto che ogni civiltà della storia abbia attraversato un normale ciclo vitale di nascita, crescita, maturità ed infine decadenza, come un qualsiasi organismo vivente. In lui è molto forte il rifiuto per la modernità e per il materialismo della società Europea del suo tempo, così come dimostra un certo sospetto nei confronti delle nuove forme politiche di quegli anni anche se più nei conforti della democrazia che del socialismo. La sua preoccupazione riguarda principalmente la caduta dei valori spirituali dell’Occidente, senza i quali il futuro dell’Europa sarebbe stato preda di politiche insensate e sarebbe giunto all’auto-annientamento. Inutile dire che già a suo tempo egli venne profondamente criticato per le sue tesi, ma vale la pena affrontare ed approfondire la natura del suo lavoro, partendo magari da una citazione alquanto stimolante tratta dalla sua opera:
“Di tali tramonti, quello dai tratti più distinti, il «tramonto del mondo antico», lo abbiamo dinanzi agli occhi, mentre già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio, il «tramonto dell’Occidente.”
In un’epoca di materialismo, di profonda crisi, di mancanza di spiritualismo varrebbe la pena rileggere Spengler e poi andarsi a leggere la lista dei suoi detrattori, scoprendo nome per nome alcuni pilastri su cui abbiamo costruito il nostro Occidente moderno, oggi così in crisi, oggi così fragile.
Elevandosi laddove nessun altro può elevarsi, lasciando il proprio spirito libero nelle spire del vento. Ondeggia placidamente nel triste canto di questo mondo morente, sognando dell’antichità e dei popoli che furono. Sogna piccolo angelo lontano.
Giacché tu mai sarai, se non nei pensieri di chi ti ha sognato, di chi ti ha sperato, di chi ti ha desiderato. Sparito all’improvviso come un’ombra sulla sabbia a mezzogiorno. Un ricordo flebile di ciò che poteva essere. Un pensiero fisso e silenzioso, lancinante e straziante.

Si muore un poco a poco, distesi sotto a questo albero sperando di trasformare il proprio corpo in nutrimento, la propria manchevolezza in forza, la propria disperazione in elevazione. Puntando al cielo… guardando qualcuno che ci guarda.
