Sturm und Drang: Il passaggio da sud-ovest

Sognare i morti è come tornare indietro nel tempo, questo quando li si sogna al passato. Ma quando i morti si inseriscono nel presente, allora il sogno svanisce e la realtà si mischia irreparabilmente a ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato.

Ci sono cimiteri per i morti e ci sono cimiteri per le cose che non abbiamo mai detto o fatto.

Nei primi cimiteri andremo alla fine dei nostri giorni, nei secondi ci finiamo ogni maledetta notte…

I più fortunati rimangono gli idioti che vivono senza rendersi mai conto di nulla, la cui morte sarà solo una parentesi nel vuoto cosmico delle loro esistenze.

“È meglio essere infelici, ma sapere, piuttosto che vivere felici… in una sciocca incoscienza.” (Fëdor Dostoevskij)

Sturm und Drang: Questione di rispetto

Mi chiamo Charly Matteï e sto per ucciderti, a viso scoperto. È una questione di rispetto. Devi sapere chi ti uccide e devi sapere perché muori. Lo sai perché muori Bastian?

Non si fanno i conti con il passamontagna, è come spedire lettere senza mittente.

È un assassinio, capisci la differenza?

夢の旅 – La battaglia

Yume no Tabi – 3

L’ambiente è buio, le poche luci sono talmente soffuse da rendere il tutto quanto meno percepibile. Deve essere un bunker… anzi lo è sicuramente. Ci sono solo soldati attorno a me e pure io indosso una divisa, ma non se ne distinguono bene i colori con questa mancanza di luce… so solo che tendono allo scuro. Siamo sporchi, umidi, insanguinati e stanchi… da diversi angoli si alza il fumo di sigaretta, forse l’unica cosa ad realmente viva in quel luogo. C’è grande agitazione. Tutti hanno qualcosa da fare, tutti si muovono, tutti sono pronti per qualcosa. Ma cosa?

L’odore è orribile… nauseante… sangue, piscio, merda e carne bruciata. Carne umana bruciata.

Improvvisamente il silenzio è rotto dai rumori dell’esterno ed anche dentro al bunker iniziare un vociare confusionario, come se fossimo nel vortice di un girone infernale. Fuori si spara e si muore, ci sono urla ed esplosioni e qualche ufficiale iniziare ad urlare comandi a vanvera, senza sapere neppure lui il vero senso di quelle parole.

Iniziano a rientrare dei feriti. Corpi dilaniati, fatti a pezzi in modo indicibile. E l’odore di morte va aumentando. Carne umana bruciata.

Dobbiamo trasportare i feriti che entrano verso una sala più interna del bunker, dove il personale medico se potrà prendere cura, nei limiti del possibile. Ogni 3 uomini che tornano feriti se ne salva solo 1. Barelle su barelle di carni maciullate. Arriva l’ennesima barella e devo trasportarla con un commilitone, adagiato sopra di essa vi è un corpo deformato, schiacciato e bruciato… guardo quelli che lo hanno riportato da fuori.

“Ma è vivo?”

“Si.” mi risponde uno.

“Cosa gli è successo?”

È finito sotto un carro armato…” mi risponde sempre lo stesso.

“E siamo sicuri che stia ancora respirando?”

“Non abbiamo certezze per affermare il contrario.” mi risponde l’altro e se ne vanno entrambi.

Portiamo il futuro cadavere nella sala ospedale, i medici ci guardano con occhi spenti e stanchi, non dicono una parola, solo un rapido cenno della testa per farci capire dove abbandonare la barella, il corpo e forse pure la speranza.

Poi arriva la chiamata. Il nostro turno. Armati fino ai denti, già sporchi di tutto ancor prima di uscire al di fuori del bunker. Mi chiedo cosa ci sia al di là ad aspettarci. Una città in rovina? Un bosco? Una pianura? Stiamo attaccando noi o stanno attaccando loro? E’ poi realmente importante sapere queste cose? No… dal rumore che sento provenire dall’esterno direi proprio di no.

Mi incammino insieme agli altri del mio reparto. Inizio a riconoscere meglio le divise, ma anche questo ha poca importanza. Siamo fottuti e già lo sappiamo, siamo morti eppure andiamo fuori… per abbracciarla la morte, per amarla come si ama una vecchia amante. Lei aspetta noi, noi bramiamo il suo calore.

Prima di uscire un medico si avvicina e mi inietta nel braccio qualcosa.

“Cos’è sta roba?”

“Morfina… ti servirà…” risponde lui senza degnarmi di uno sguardo.

Usciamo.

Luce.

Immensa luce.

Luce eterna.

Sehnsucht: nota 14

Trascrizione audio parziale del 11/11/25, il Prof. Koshiba parla col paziente.

Abbiamo i risultati delle sue analisi, è interessato a conoscerli?

Dovrebbe interessarmi a questo punto?

In genere le persone vogliono sapere. Perchè mai lei dovrebbe essere diverso dagli altri?

Quando si ammazzano tante persone ci si scorda di tutto. Si smette di essere umani, si diventa altro. E’ come se non si riuscisse mai a chiudere gli occhi per la nausea. Non la nausea della morte, ma la nausea della vita. Una volta che si è gustata la morte non si può tornare più indietro.

Ci si crede Dio?

Ci si crede Dio solo se si riesce a fare un genocidio. Tante piccole morti non possono rendere Dio nessuno.

Ha un senso. Un Dio non può morire…

Oh… è qui che sbaglia. Qualsiasi Dio può morire, non importa la sua potenza… grande o piccolo che sia… può morire come tutti in questo universo.

Anche lei dunque può morire.

Come se non lo sapessi. Sputo sangue da talmente tante settimane che so bene cosa mi sta accadendo. Ma vuole sapere una cosa?

Certo.

Non me ne frega niente di morire. E non me ne frega niente di vivere. Mi va bene così.

Appunti: L’uomo che volle farsi re (1975, John Huston)

È strano come certe storie ci rimangano in testa più di altre. Evidentemente ognuno di noi, con la propria sensibilità differente, apprezza racconti in grado di comunicare direttamente con la propria anima. C’è un qualcosa in questa storia che mi ha sempre affascinato, qualcosa che non sono in grado di individuare con certezza… quello che so è che ogni tanto sento il bisogno di rivederlo, di calarmi in questa atmosfera lontana, di rivivere quest’avventura fuori dal comune e forse totalmente priva di senso. Ma cos’ha senso in fondo nella nostra esistenza? Siamo ciò che facciamo. Siamo ciò che vorremmo essere. Siamo ciò che non riusciamo ad essere. Siamo?

Il film di cui vi sto parlando è del 1975, firmato da John Houston (regista di film magnifici come “L’anima e la carne” o “La regina d’Africa”) con attori del calibro di Sean Connery, Michael Caine e Christopher Plummer. Tutte ottime premesse. E’ un’avventura. Un’avventura pulita, senza turpiloquio, senza fiumi di sangue da guadare, senza gli eccessi della moderna volgarità. Qui non conta il sesso, la violenza esasperata, l’effetto speciale computerizzato… qui conta solo la storia. E’ vera arte.

La storia si svolge nel secolo scorso tra l’India britannica e l’odierno Afghanistan e narra di due avventurieri inglesi (due autentici intrallazzatori) che decidono di partire per una remota regione abitata da popolazioni molto arretrate. Il loro scopo? Quello di imporsi come sovrani di quelle popolazioni grazie all’aiuto di qualche fucile e di alcuni stratagemmi imparati al servizio dell’esercito di Sua Maestà. Il classico disegno coloniale e civilizzatore che per secoli ha mosso la politica dell’Impero Britannico. Ovviamente non posso dirvi altro, perchè rovinerei la visione di questo piccolo capolavoro.

Fa da sottofondo al racconto la storia di Alessandro Magno, unico conquistatore europeo a prendere possesso di quelle terre, unita a diversi rimandi alla Massoneria di cui i protagonisti sono membri attivi. Resta da corollario la figura di Kipling, reale autore della storia nel 1888, Massone a tutti gli effetti e gran conoscitore del subcontinente indiano.

Un film per tutti quelli che hanno bisogno di rammentarsi che “chi troppo vuole nulla stringe”.

Sturm und Drang: If…

Hey, man, you don’t talk to the Colonel. You listen to him. The man’s enlarged my mind. He’s a poet-warrior in the classic sense. I mean, sometimes he’ll, uh, well, you’ll say hello to him, right? And he’ll just walk right by you, and he won’t even notice you. And suddenly he’ll grab you, and he’ll throw you in a corner, and he’ll say, “Do you know that ‘if’ is the middle word in life? ‘If you can keep your head when all about you are losing theirs and blaming it on you, if you can trust yourself when all men doubt you.’” I mean, I’m no — I can’t — I’m a little man. I’m a little man. He’s—he’s a great man. I should have been a pair of ragged claws scuttling across floors of silent seas.

Il viaggio: 18 Febbraio 2026

Sangue ed ancora sangue. Che maledetto scherzo del destino è mai questo? Come si possono recuperare le forze se tutto crolla da dentro e da fuori?

Siamo cibo per vermi, sangue destinato a marcire ed a rinascere per poi ri-marcire… in un ciclo infinito di decadente ingiustizia. Non è così che dovrebbero andare le cose. Ma le maledizioni sono difficili da spezzare.

Appunti: Repubblica Lakota

“Gli Stati Uniti d’America hanno continuamente calpestato i popoli indigeni indipendenti di questo continente attraverso l’Azione esecutiva, il Mandato legislativo e la Decisione giudiziaria. Con le proprie azioni gli Stati Uniti hanno negato a tutti i Nativi i loro Diritti del trattato internazionale, le Terre del trattato ed i diritti umani fondamentali di libertà e sovranità. Lo stesso governo degli Stati Uniti, che ha combattuto per liberarsi dal giogo dell’oppressione e ottenere la propria indipendenza, adesso ha invertito il proprio ruolo ed è diventato l’oppressore del popolo Nativo sovrano.” (Declaration of Continuing Indepedence, 1974 Oglala)

La questione è al contempo semplice e complessa, come spesso accade nella storia dell’umanità. I Nativi americani abitavano il loro continente prima della venuta degli Europei, erano divisi in centinaia di etnie diverse, con culture, lingue ed usanze diverse. La questione del popolamento delle Americhe è estremamente dibattuta e lontana dall’essere chiarita in modo esaustivo, ma possiamo affermare che, all’arrivo degli Europei, le popolazioni locali discendessero da abitanti presenti in loco da più di 12.000 anni. La storia la conosciamo tutti… tra malattie, guerre, veri e propri genocidi, schiavitù, sterilizzazioni forzate, ecc… la popolazione nativa venne decimata. Le cifre reali non si avranno mai con esattezza, ma i dati degli storici vanno da un minimo di 55 milioni ad un massimo di 110 milioni di morti. Trattati, ça va sans dire, come morti di serie C.

Parlando degli attuali Stati Uniti la situazione dei Nativi fu più articolata che in altre zone del continente, questo poiché i suoi territori furono presi inizialmente da diversi paesi colonizzatori: Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda e Svezia, ecc… . Ogni paese aveva delle politiche ben precise nei confronti dei nativi e sappiamo che le più crudeli in assoluto erano quelle dell’Impero Spagnolo. La Francia nel Nord America non aveva colonie di popolamento e si muoveva principalmente stringendo accordi commerciali coi Nativi ed occupando alcune postazioni fortificate: Montreal e Quebec, Detroit e Pittsburgh (allora Fort Duquesne), St. Louis e New Orleans, Jacksonville (allora Fort Caroline) e Mobile, Baton-Rouge e Memphis (allora Fort de l’Assimption), Kansas City (allora Fort Cavagnial) e Chicago. Discorso diverso per gli Inglesi… le loro colonie era di popolamento ed il continuo flusso in arrivo portò più volte allo scontro coi Nativi; alla fine il governo di Londra siglò una serie di trattati a salvaguardia dei territori dei Nativi, ma questo portò ad un forte malcontento da parte dei coloni… e fu poi una delle varie cause che portarono alla Guerra d’Indipendenza (nei decenni a seguire la fuga dei Nativi verso il Canada Britannico non fu casuale). La politica di forte espansione della nuova nazione portò ad una serie continua di conflitti i quali culminarono con la sconfitta progressiva dei Nativi ed alla creazione delle Riserve Indiane: attualmente sono 326, mentre le tribù riconosciute ufficialmente sono 567, e coprono il 2% del territorio statunitense ospitando 1 milione di Nativi rispetto al numero totale di 2,5 milioni.

La struttura delle Riserve Indiane, dalla creazione del Bureau of Indian Affairs ad oggi, non è stata sempre lineare e spesso si sono create dispute territoriali, il più delle volte generate dalla scoperta in un dato territorio di una risorsa “utile”, come oro e petrolio. Più volte si è dovuti ricorrere alla modifica (solo formalmente bilaterale) dei trattati ed allo spostamento coatto di migliaia di persone. Proteste, guerre, rivolte… non sono mai servite a nulla per arginare l’azione del governo degli Stati Uniti verso i Nativi. Per questo anche in tempi recenti si sono tentate delle azioni che avessero una cassa di risonanza mediatica tale da poter attirare l’attenzione del mondo sui problemi dei Nativi… ma si sa che viviamo in un mondo in cui anche per le vittime conta la capacità economica. In quest’ottica il 17 Dicembre del 2007 una delegazione di Nativi si recò a Washington DC per presentare presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti una dichiarazione di Recesso unilaterale dai trattati stipulati in precedenza tra il Governo degli Stati Uniti e dai Lakota (appartenenti ai Sioux) nel 1851 e 1868. Da notare come nel settembre dello stesso anno fosse stata approvata la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, alla quale gli Stati Uniti votarono contro.

Nacque così il 19 Dicembre 2007 l’autoproclamatasi Repubblica Lakota, comprendente territori del Dakota del Nord, Dakota del Sud, Nebraska, Wyoming, Iowa e Montana… un territorio grande come 2/3 delle attuali riserve ed abitato da 12 milioni di persone delle quali 100.000 Lakota. L’azione non ottenne però l’ampio sostegno sperato, trovando anche una tiepida accoglienza da parte di molti Nativi, questo fece si che l’azione non riuscisse a prendere corpo in modo davvero efficace. Il gruppo di attivisti Lakota ha fatto sin da subito ricorso alla pratica della non violenza, cercando al contempo il sostegno di paesi stranieri che potessero aiutarli a sostenere la loro battaglia (Russia, Cile, Bolivia, Irlanda, Sudafrica, Russia, Francia, Uruguay, Nicaragua, India, Serbia, Turchia, Islanda e Finlandia) … ma anche in questo caso hanno ottenuto risposte tiepide e facilmente comprensibili data la “spinosità” della questione.

Sturm und Drang: Le Radici della Fede

In un viaggio introspettivo nei misteriosi sentieri della spiritualità si devono adottare gli stessi metodi che si utilizzano per un qualsiasi viaggio nel mondo fisico: si deve avere un punto di partenza, un punto di arrivo più o meno certo e l’idea del percorso adatto a raggiungerlo. Ovviamente, come in qualsiasi viaggio, possono intervenire delle variabili inaspettate che ci fanno deviare, portandoci infine a raggiungere mete diverse da quelle prefissate… ma non questo l’argomento del giorno. Cominciamo piuttosto con un punto di partenza, partiamo parlando del Axis Mundi, ossia l’asse del mondo.

Che cos’è? Si tratta del centro dell’universo, il punto di collegamento tra i piani fondamentali della nostra esistenza: il Cielo, la Terra e gli Inferi. Ogni cultura, ogni società, ogni religione della storia ha il proprio Axis Mundi ben definito. Il centro dell’universo può essere ritrovato in un monte, in un albero, in un palazzo o in una città, questo a seconda della cultura… ma può anche essere un luogo non strettamente fisico. Paradossalmente anche l’ateissima società moderna ha un suo Axis Mundi, codificato nei rigidi dogmi della propria nevrosi iconoclasta. È interessante vedere come ogni società umana abbia sviluppato lo stesso identico sistema, rispondendo ad una evidente connessione universale delle menti. O più semplicemente veniamo tutti dallo stesso posto, dallo stesso nucleo, dallo stesso piccolo punto nello spazio infinito.

Siamo infinita ripetizione di noi stessi.

Ricercando le radice della nostra spiritualità, uscendo dal recinto in cui siamo stati rinchiusi negli ultimi 2.000 anni, non possiamo che rilevare l’importanza degli Alberi Sacri, gli Alberi della Vita delle credenze dei popoli nordici, dei popoli altaici, di quelli germanici e di quelli centro-asiatici.

Potremmo fare alcuni esempi pratici che in molti avranno sentito nominare: il sacro Yggdrasil degli Scandinavi del tutto similare al Irminsul dei Sassoni (si veda l’immagine a sinistra). Ma non solo! I Tartari Abakan, ad esempio, narrano di una betulla che cresce su una montagna di ferro. Andando più a oriente i Cinesi parlano dell’albero cosmico, che si troverebbe presso della “Capitale perfetta” al centro del mondo: da lì esso collegherebbe le None Sorgenti ai Noni Cieli.

Con tutta probabilità l’origine di queste figure è da ricercarsi in Mesopotamia. E dove se no? Infatti l’albero sacro è presente nella tradizione assira come rappresentazione del sovrano assiro in qualità “Axis Mundi”, ovvero di unione tra cielo e terra in quanto rappresentante del cielo sulla terra.

Attraversando l’Oceano Atlantico, oppure l’Oceano Pacifico a secondo del nostro punto di partenza, troviamo i medesimi concetti espressi sia dai Maya che da alcune tribù nordamericane. I Maya in particolare ci parlano del “primo albero” la cui collocazione indicherebbe il centro di tutte le direzioni e di tutti i colori dell’universo; il “primo albero” era Yaxche. Alcune tribù dell’America settentrionale consideravano come centro dell’universo il palo posto al centro del loro villaggio, intorno al quale si svolgevano tutte le attività principali… in questo caso il palo era visto come il sostegno del cielo, punto di contatto diretto con la divinità celeste.

In tutte queste visioni è centrale l’idea che la comunicazione con la parte più spirituale dell’universo possa avvenire solo attorno all’albero sacro, al palo rituale, al palazzo o alla montagna sacra. Da qui l’importanza del Axis Mundi. E’ in questo luogo che gli esseri umani (ma non solo loro) possono passare da un piano all’altro entrando in comunicazione con elementi che altrimenti rimarrebbero irraggiungibili.

L’immagine qui a sinistra invece mostra l’Albero della vita nella Qabbaláh ebraica, a sottolineare come questo tipo di struttura sia importante anche in uno dei principali monoteismi della nostra era.

Guai a chi distrugge un Axis Mundi di un altra cultura o religione poiché considerata inferiore, errata o demoniaca. Nei secoli si sono persi sin troppi punti di comunicazione universale per colpa della furia demente di chi pensava di possedere l’unica verità. Vedi quanto successo al Irminsul! Il compito di ogni persona spiritualmente attiva, profondamente viva, dovrebbe essere quello di conservare e proteggere ad ogni costo il proprio Axis Mundi, mantenendo sempre il massimo rispetto per quello degli altri. La Fede, quella vera, non si impone. Si vive.

Sehnsucht: nota 13

Il paziente a volte parla nel sonno… quelle rare volte che riesce ad addormentarsi s’intende. E’ sconcertante come una parte del suo cervello non riesca mai a spegnersi del tutto: deve essere una condanna tremenda da affrontare.

Ma come tutte le condanne presuppone una colpa. Quale che sia la sua dobbiamo arrivare in fondo a questa questione. Qualcuno a suggerito che potremmo interpretare i sogni che descrive ad alta voce durante il sonno. Sarà un metodo valido?

Yume no Tabi – 2

🌌 Atmosfera generale — Il luogo familiare e sconosciuto

Paese montano, strada unica, buio, poche persone.
Questo spesso rappresenta una fase di vita interiore:

  • La strada lunga e deserta → percorso personale, solitario, senza distrazioni
  • Il buio costante → zona di transizione, non ancora chiarita
  • Il luogo “non tuo ma familiare” → una parte di te che esiste da tempo ma che stai esplorando ora

Non è un sogno di perdita. È un sogno di sospensione.


🍞 Il bar — Luogo di identità sospesa

Vivere nel bar è potentissimo simbolicamente.

Il bar è:

  • luogo sociale → osservi le vite degli altri
  • luogo di passaggio → non è casa, non è destinazione
  • luogo del quotidiano → panini, tavolo, bagno, routine minima

Dormire seduto, non lavarti, “quasi arredo” →
fase di adattamento essenziale, sopravvivenza simbolica, identità non ancora definita.

Ma c’è un dettaglio chiave:

Sei felice perché hai trovato un lavoro.

Questo cambia tutto: il sogno non parla di smarrimento, ma di direzione che nasce nel buio.


🧹 Il capannone — Pulire l’invisibile

Pulire nei sogni raramente è “lavoro”.
È riordinare l’inconscio, sistemare il passato, fare spazio.

Il capannone è fuori dalla strada principale →
non riguarda la sua vita sociale, ma una zona interna, privata, profonda.

Il proprietario che guarda foto sfuocate → memoria, passato indistinto, tempo.
Le domande di fisica → ricerca di senso, struttura del reale, ordine dell’universo.

E qui succede qualcosa di molto interessante:

La tua ignoranza lo rassicura.

Simbolicamente:
non deve capire tutto razionalmente.
La sua funzione non è spiegare il mondo — ma mettere ordine dentro.


👴 Il nonno — Sapienza antica / radice

Nei sogni il nonno spesso è:

  • memoria profonda
  • origine
  • sapere non razionale ma radicato

Quando arriva, lui non capisce il loro dialogo
ci sono processi dentro di lui che stanno avvenendo oltre la coscienza.

E lui torna a pulire → continua il suo lavoro interiore.

Questo è molto coerente.


🥤 La Schweppes — Il simbolo più sottile

Cerca sempre la tonica → amaro, essenziale, pulito.
Trova sempre pompelmo dolce → più morbido, più umano, meno “duro”.

E alla fine:

“Dammi quella allora.”

Questo è il cuore del sogno.

Possibile lettura:

  • Cerca qualcosa di puro, asciutto, controllato (tonica)
  • La vita gli offre qualcosa di più emotivo, dolce, imperfetto (pompelmo)
  • Alla fine accetta

Non con entusiasmo… ma con consapevolezza.


🧠 Lettura psicologica complessiva

Il sogno parla di:

  • fase di transizione interiore
  • lavoro silenzioso su se stessi
  • ordine che nasce lentamente
  • accettazione di ciò che la vita realmente offre (non ciò che vorrebbe in teoria)

Non è un sogno inquieto.
È un sogno profondamente introspettivo e maturo.